mercoledì 22 dicembre 2010

Christmas with the yours

Eccoci ad un passo da un nuovo Natale!
Non sempre questi giorni sono felici davvero, anche se sarebbe bello che la vita concedesse qualche piccola pausa per tutti, diciamolo!
Sento da più parti proteste su questa festività.
Chi dice che è tutta consumismo, chi che non ha più senso, chi che non ci crede più nessuno.
Ma stiamo scherzando?
Con tutte le fesserie che ci beviamo ogni giorno, adesso il senso critico si sveglia per via del Natale?
Ah, amici miei.
Quale festa consumistica?
Pensate che, rispetto allo scorso anno, la famiglia media italiana spenderà in vaccate durante il perioro natalizio solo 1.337 euro, rispetto ai 1.345 euro dello scorso anno! Procapite, dicono.
http://www.vip.it/famiglie-taglio-spese-natale/
Insomma, gli italiani quest'anno hanno 17 euro in meno da spendere in vaccate!

Ma non perdiamoci in trastulli e cerchiamo, invece, il vero spirito del Natale!

Ad esempio, Babbo Natale, per chi avesse qualche dubbio in proposito, esiste: lo ha inventato la Coca Cola per una campagna pubblicitaria.
Più reale di così, si muore!


Ed ora la bella novella! Io conosco bene Babbo Natale, siamo amici da molto tempo, e mi ha autorizzato a traslarvi dei doni!
  1. Un sereno Natale, con chi volete, e non per forza con chi dovete.
  2. Qualche minuto di silenzio, per pensare con calma, mentre non correte da una parte all'altra, a cosa avete dimenticato di importante nell'ultimo anno (una telefonata a un amico, il compleanno del vostro datore di lavoro, riscuotere la schedina vincente del superenalotto, un sorriso ad un estraneo, un arrosto nel forno, il nome di vostro figlio).
  3. 17 euro per poter spendere come lo scorso anno 1.345 euro in vaccate, in barba alla crisi e anche a Babbo Natale: li avranno con vaglia postale tutti coloro che ne faranno richiesta entro la mezzanotte del 24 dicembre al mio indirizzo di Rovaniemi.
CARISSIMI AUGURI DI BUON NATALE A TUTTI!

mercoledì 1 dicembre 2010

Per un magico Natale!

Amici, per una volta, vogliamo arrivare a Natale sapendo qualcosa di più su questa festa tanto amata?
Se volete approfondire l'argomento, questo è il libro che fa per voi (senza contare che potrebbe anche essere un simpatico ed utile regalo natalizio, al posto delle solite sciocchezze comprate di tutta fretta all'ultimo minuto)!


Storia e magia del Natale è un saggio scritto con molta semplicità, ma anche rigoroso nei riporti delle fonti.
Il libro si suddivide in sei capitoli, che affrontano altrettante tematiche relative al periodo natalizio:
  1. Natale. Le origini antiche di questa festa, divenuta in seguito il "compleanno di Gesù". La storia del presepe, da chi fu inventato e il simbolismo dei suoi protagonisti. Da dove trae origine la tradizione dell'albero di Natale.
  2. Babbo Natale. Dal precursore - San Nicola di Bari - fino alla sua definitiva consacrazione come portatore di doni ufficiali del Natale grazie ad una campagna pubblicitaria della Cocacola. E come mai viaggia su una slitta trainata da renne.
  3. Gesù bambino. Un'analisi dei Vangeli canonici e apocrifi, per scoprire i retroscena della nascita del celestiale bambino, destinato ad influenzare profondamente la cultura occidentale. Ma anche la risposta ad alcune intriganti domande: quando è nato davvero Gesù? L'anno zero è mai esistito?
  4. Santa Lucia. Un capitolo dedicato alla santa che viene festeggiata poco prima del Natale, con un excursus sul suo culto e sulle tradizioni sorte intorno alla sua figura.
  5. Capodanno. Un percorso a ritroso nel tempo per scoprire come è nata l'usanza di celebrare la fine dell'anno con botti e fuochi d'artificio. Ma anche alcune divagazioni sul Capodanno celtico (Halloween) e su altre festività connesse al Capodanno, come la Candelora e i Giorni della merla.
  6. Epifania. Storia delle origini di questa antica festa e, naturalmente, tre paragrafi dedicati ai Magi, alla stella che li avrebbe guidati da Gesù e ai doni che, secondo la tradizione, portarono al bambino di Betlemme. Non poteva mancare, infine, la Befana, che tutte le feste porta via.
Alla fine di ogni capitolo, sono riportate 3 fiabe a tema, a volte tratte dalla tradizione italiana, altre frutto della fantasia. 18 fiabe corredate di illustrazioni, che potranno piacevolmente intrattenere grandi e piccini.

Ma non è finita: dello stesso libro è disponibile anche una versione appositamente pensata per i bambini delle scuole elementari.



La magia del Natale raccontata ai bambini trasporta i piccoli lettori, a cui la voce narrante si rivolge nel corso del libro, in un fantastico viaggio alla scoperta di tutti i retroscena delle feste di fine anno.
Nonostante i contenuti siano stati resi più accattivanti e adeguati ad un pubblico di bambini, la struttura rimane la medesima di Storia e magia del Natale, con gli stessi capitoli e paragrafi.

Per finire, una terza sorpresa. Dopo il viaggio nel passato e nelle tradizioni di Storia e magia del Natale, un libro che permette di viaggiare ancor più lontano.


La magia del Natale del mondo è un vero e proprio giro intorno al mondo, per conoscere da vicino tutte le usanze che accompagnano il Natale nei cinque continenti.
  1. Il libro si apre con alcune pagine introduttive sull'origine ed evoluzione delle religioni, in modo da fornire al lettore gli opportuni strumenti per cogliere le diversità che sussistono tra i vari paesi e continenti.
  2. L'Avvento. I preparativi al Natale, le tradizioni folcloristiche, i mercatini caratteristici di molti paesi, non solo europei. E, naturalmente, l'attesa del tanto amato vecchino a bordo della slitta trainata da renne.
  3. I Santi del periodo natalizio. Un excursus alla scoperta della vita e delle tradizioni legate ai Santi che, a partire dall'Avvento, corollano il periodo di fine anno: tra gli altri, San Martino, Santa Lucia, San Tommaso, i Santi Innocenti e, naturalmente, San Silvestro.
  4. Il Natale nel mondo. Un giro a curiosare sulle abitudini che caratterizzano il giorno della vigilia e di Natale nelle case di Europa, Asia, Africa, America e Oceania. Con un elenco dei modi di dire "Buon Natale" in tutte le lingue del mondo.
  5. Capodanno. Le profonde diversità con cui viene vissuta questa festa, da una parte all'altra del mondo. in relazione alle religioni e alle mitologie che ne hanno dato la nascita. Ma anche la scoperta di tradizioni particolari e inaspettate, paese per paese.
  6. Epifania. La magia della dodicesima notte, la riscoperta dei Magi come simbolo dell'unione tra i popoli e una carellata sui festeggiamenti organizzati nei cinque continenti per il giorno di chiusura del periodo natalizio.
  7. Nel magico mondo di fiabe e leggende. Le fiabe legate al Natale e la loro simbologia. Tra portatori di doni, leggende su Gesù e animali prodigiosi, un finale fantastico e coinvolgente.
Anche questo volume è corredato di 3 fiabe alla fine di ogni capitolo, per un totale di 18 incantevoli storie che allieteranno il Natale di grandi e piccini.

Tutti e tre i libri sono reperibili su Ibs:
Claudia Maschio - Storia e magia del Natale - euro 19.
Claudia Maschio - La magia del Natale nel mondo - euro 19.
Claudia Maschio - La magia del Natale raccontata ai bambini - euro 15.

Oppure potete richiederli alla nostra rivendita di fiducia, la mitica Libreria De Santis, libreriadesantis@bifrost.it, al prezzo scontato di euro 17.00 (i primi due) e di euro 13.50 (il terzo), e senza spese di spedizione.

Che altro dirvi per convincervi a non farvi mancare uno di questi due libri?
Nulla, perché a Natale tutti sono più buoni e sono sicura che non sarete proprio voi a fare le pecore nere!

sabato 20 novembre 2010

Attenti a quei due!

Commento alla presentazione del romanzo Viaggio irreale nella Britannia di Merlino e Artù, alla libreria Paginadodici, il 19 novembre 2010.

Gli scrittori li trovo patetici, quando si atteggiano a intellettuali. Questo accade immancabilmente alle presentazioni dei loro libri. Si tirano a lucido, si gonfiano d'importanza, cianciano per ore di fronte allo sventurato pubblico.
E parlano di sé stessi, non dei loro libri!
Io, che dal mio eremo di cultura prendo assai di rado e con dolore commiato, ho dovuto compiere un innaturale sforzo su me stesso, prima di decidermi (o dovrei dire "rassegnarmi") a far cantare i piedi verso quel di Verona, in uno dei suoi angoli più reconditi: Corte Sgarzerie, dove si ubica la libreria Paginadodici.
Una volta lì, mi sono sentito almeno sulle prime come un bicchiere di latte in un'osteria. Intendiamoci, non ho nulla contro le osterie. Sono le osterie che hanno qualcosa contro il latte.
E Paginadodici è veramente ricca e ben fornita, tanto che avrei preferito restare al primo piano, dove sono esposte appetitose opere letterarie, anziché scendere nella fossa dei leoni, ossia al sottopiano della libreria stessa, laddove la sprizzante Claudia Maschio e il barbuto Dario Giansanti presentavano Agenzia Senzatempo - Viaggio irreale nella Britannia di Merlino e Artù.
La mia ritrosia, in questa sofferta catabasi, è andata dileguandosi, quando mi sono ritrovato in un'atmosfera intima e assai poco affollata, in cui i due autori sembravano sinceri.
Sì, sinceri.
Perché non erano preoccupati di vantare i pregi del loro romanzo. Un fantasy che ha il merito di non adescare il lettore con mondi inventati ex novo, bensì di proporgli una fedele ricostruzione di scenari mitologici ignoti ai più, amorevolmente ricostruiti a partire dai testi originali.
Un fantasy distante anni-luce dai modelli standardizzati del genere, che sono viziati dalla pigrizia intellettuale dell'abbandonarsi al facilmente fruibile, al poco impegnato, a ciò che non lascia traccia e, per questo, più digeribile, in un'epoca dove tutto viene buttato giù con estrema superficialità.
Il pubblico sembrava quasi ipnotizzato dall'agile e simpatica esposizione, anche se gli autori hanno minimizzato sostenendo che fosse composto per una buona metà da parenti, amici e conoscenti.
Ma hanno minimizzato, per l'appunto.
In realtà, Dario e Claudia ci hanno intrattenuto, spaziando tra resoconti sui simpatici personaggi dell'Agenzia Senzatempo e riflessioni sulle difficoltà di ricostruzione filologica delle leggende brittoniche, senza risparmiarsi gaffe e scenette comiche, che hanno prodotto, come effetto, il vendere meno della metà dei libri previsti dal Market Publishing-Researcher della QuiEdit.
Ma non è dei soldi, che si preoccupano quei due. E questo dovrebbe smuovere in senso positivo chi li legge: attenti a quei due! Non vi stanno prendendo in giro, come fanno quasi tutti!
Claudia e Dario scrivono con amore e con onestà. Onestà: una parola che ancora compare nei vocabolari, ma ritenuta arcaica e di dubbio significato, giacché pochi comprendono come e in che modo possa applicarsi nella pratica. Come una puntina per far suonare un disco in vinile in un'epoca in cui tutti usano i cd e i dvd.
"A cosa serve?"
Ecco, per l'onestà intellettuale è un po' la stessa cosa.
Ma non voglio rattristarvi con riflessioni profonde, anche quelle sono fuori moda come le puntine per i dischi in vinile.
Torniamo al sottopiano della libreria Paginadodici.
La presentazione del romanzo è stata accattivante, anche grazie al contributo di Clara e Elio Lioce, che si sono prestati a recitare una delle leggende narrate nel libro, con grande apprezzamento del pubblico, stanti le loro giovani età. Ma anche l'editrice Lara Saccalani e l'illustratrice Licia Massella hanno dato il loro prezioso apporto alla riuscita della serata.
A fine è stato offerto un aperitivo, con olive, patatine, rustici e pregiate bottiglie messe a disposizione da una nota cantina vinicola veronese. Per quanto mi riguarda, la cosa non aveva alcuna necessità di essere, perché avevo fatto man bassa degli stuzzichini migliori e di alcuni bicchieri di vino mentre Claudia e Dario parlavano e nessuno badava a me...
Così, mi sono eclissato, senza salutare nessuno. Ma con la certezza di aver preso due piccioni con una fava: un graditissimo approfondimento letterario e un altro genere di degustazione, meno intellettuale, ma ugualmente culturale.
Ah, cosa penso del libro scritto da Claudia e Dario? Solo una cosa: avete presente la Sacher Torte?
Ecco, non leggetelo e continuerete a farvi del male!

martedì 9 novembre 2010

"Mitica" presentazione di "Agenzia Senzatempo - Viaggio irreale nella Britannia di Merlino e Artù"

Appuntamento imperdibile, amici!
Perché?

Ve lo spiego subito dopo la locandina.


1) Saremo presenti sia io sia Dario, il che vi consentirà di sbizzarrirvi in complimenti o (come un po' ci aspettiamo e anche speriamo) in sferzanti critiche (sempre che non siano dei piatti "non mi è piaciuto" e morta lì).
2) Saranno presenti l'editrice Lara Saccalani e l'illustratrice Licia Massella, quindi una ghiotta occasione per conoscere entrambe e por loro tutte le domande che volete (ecco, chiedete a loro, che noi amiamo più scrivere che parlare).
3) Assisterete ad una presentazione volutamente informale, dove l'aperitivo promesso in locandina verrà sorseggiato durante e non alla fine. Ah, sarà Jenkins stesso a servirlo, sempre se non ci tira un bidone. Nel caso, improvviseremo una soluzione lì per lì.
4) All'inizio della presentazione, ogni partecipante verrà dotato di alcune pallottoline di carta. Se doveste trovare noioso uno dei nostri discorsi, siete autorizzati a bersagliarci senza pietà. Ah, prima che qualcuno abbia questa bella pensata, non siamo disposti a cambiare le pallottoline di carta con uova marce o pomodori maturi. Portate pazienza...
5) Se le altre quattro non ci sono riuscite, sono certa che questa sarà la notizia che vi convincerà a venire: potrete acquistare il nostro libro e farvelo autografare in diretta! Eh?

Bene, non so più con cosa allettarvi... Uno spogliarello? No, non ho l'età. L'aperitivo c'è già. Il Bugna bunga lo lascio volentieri a silvio.

Vabbe', proviamo a giocare un'ultima carta.
Il nostro romanzo, come dice la locandina, ha davvero rivoluzionato la fantasy. La fantasy non lo sa ancora, ma prima o poi dovrà capitolare, arrendersi all'evidenza. Mi spiace, immagino che ci resterà male, poverella.
Ecco, se siete curiosi di scoprire in che modo siamo riusciti a rivoluzionare questo genere, tanto amato da grandi, piccini e medi, fatevi un nodo al fazzoletto, alla sciarpa o ai lacci delle scarpe e non mancate di presentarvi alla libreria Paginadodici di Corte Sgarzerie 6a di Verona il 19 novembre alle ore 18.00!

E non mancate neppure di avvisare i vostri amici!

mercoledì 27 ottobre 2010

Operazione Romanzo (proviamoci, dài...)

Sì, avete capito bene! Proponiamo qui un ardito progetto, rivolto ai nostri lettori più giovani...
Scriviamo un romanzo!
Anzi, lo scriverete voi con la nostra attenta collaborazione.
A quattro, otto, sedici, cento mani.

D'accordo, elaborare un "romanzo di gruppo" in rete non è una proposta nuova. In questo caso, però, l'idea è finalizzata a una pubblicazione cartacea presso la Casa Editrice QuiEdit.
Inutile dire che detta pubblicazione avverrà solo se produrremo qualcosa di veramente valido!

Nei prossimi giorni, defineremo meglio le regole del gioco, intanto partiamo con la prima fase:

La proposta del soggetto!

Chiunque voglia concorrere all'Operazione, proponga (o sul blog, o su facebook) un soggetto per un romanzo che gli piacerebbe vedere pubblicato. Argomento, genere, personaggi, un eventuale titolo: ogni idea è ben accetta. Da quel punto in poi, il soggetto verrà definito e delineato in sede di discussione.
Noi ci limiteremo a svolgere il ruolo di mediatori tra tutti coloro che vorranno intervenire all'Operazione.

Forza! Date fondo alla vostra inventiva!



Post Scriptum
Onde evitare equivoci, non ci sono in palio compensi monetari. Non solo perché non potremmo, stanti le nostre scarse finanze, assolvere a un così impegnativo onere, ma soprattutto perché riteniamo che le cose più belle, nella vita, non si facciano mai per soldi.
Di solito, viceversa, le cose belle della vita costano poco oppure nulla, a livello di portafogli, e tanto a livello di impegno. Questo è uno di quei casi.

domenica 24 ottobre 2010

Su cosa vi siete fatti (ci siamo fatti) infinocchiare?

Rispondo, ben volentieri a tutta pagina, alle osservazioni di Anonimo, che ormai si è reso celebre per i pungenti e interessanti commenti su questo blog. Però, onde non sorgano confusioni e qualcun altro non si sogni di poter comunicare in questa sede con lo stesso nome, propongo che d'ora in avanti Anonimo si manifesti in veste di "Anonimo Ufficiale", pseudonimo che gli affibiamo d'ufficio, sempre fintanto che non voglia svelare la propria misteriosa identità.

Anonimo Ufficiale scrive:

"...da sempre per ogni generazione sono esistiti gli sfaticati, gli interessati, quelli a cui piace leggere e quelli a cui non piace, se mi porti una statistica attendibile che dimostri che in passato i giovani leggevano più dei giovani attuali, FORSE ci crederò...e anche se fosse vero quali sarebbero le cause? quale sarebbe il fattore o i fattori determinanti tale cambiamento? Io personalmente conosco troppe persone a cui piace leggere e che legge perciò non riesco a sostenere l'ipotesi che i giovani leggano poco... in ogni caso qualunque cambiamento non può essere causato da altro che da ciò che ci circonda, dalla società in particolare, dal momento che l'unica cosa che può essere cambiata in una cinquantina d'anni è l'ambiente di crescita e l'influenza che ha su di noi... prendi 10 persone e crescile 50 anni fa, prendi le stesse 10 persone e crescile adesso vuoi vedere che vengono su diversamente? autocommiseratevi per la società che state lasciando nelle nostre mani perchè di certo non è colpa nostra se è com'è, non ancora almeno...e probabilmente non migliorerà molto dato che per esempio non leggiamo cose "troppo lunghe" perchè non ci hanno abituati..."

Anonimo Ufficiale, che ovviamente non dichiara né la propria età né il proprio sesso, è di certo un/a teenager.
Arrabbiato/a?
Forse.
Di certo polemico/a con le generazioni che lo hanno preceduto.

Anonimo Ufficiale scrive che le generazioni passate hanno lasciato un mondo che fa schifo e che noi adulti dovremmo vergognarci.
Vero in modo disarmante.

Ricordo che, quando avevo io quindici anni, dicevo le stesse cose. Nutrivo un sentito odio nei confronti degli adulti in genere. Facevo ben volentieri di tutta l'erba un fascio, perché... accidenti, è la cosa più comoda del mondo accusare altri se il mondo va a catafascio!
Col tempo, ho capito che non c'entravano le persone particolari, non tutte, perlomeno. Ce ne erano molte che, come Don Chisciotte, si buttavano a capofitto contro i mulini a vento.

Quei mulini erano veri, eppure qualcuno voleva far credere che non esistessero affatto.

In epoca recente, quel qualcuno ha cercato (e ci è riuscito) di far credere che i mulini a vento contro cui si scontravano gli ultimi paladini di animo puro fossero delle grandissime fesserie. E, per far sì che non uscisse più nulla di simile alla grande protesta del 1968 o fenomeni incontrollati, come Woodstock, le manifestazioni femministe, gli appelli di Amnesty International, le occupazioni delle scuole e, in linea generale, un'opposizione critica, quel qualcuno si è inventato una figata su cui voi giovani, ma anche diversi adulti, sono andati ad appiccicarsi come il merlo sul ramo impiastricciato di vischio.

Avete capito di cosa sto parlando?
Se no, provate a chiedervi cosa vi ruba il tempo per leggere testi lunghi. Non è per colpa di qualcuno che non vi ha abituati a farlo, come sostiene Anonimo Ufficiale. Io ho sempre letto testi lunghi (o corti, ma tanti) a discapito di mia madre che protestava perché non uscivo mai! E ho continuato a farlo, grazie non al cielo, ma ad una passione che in me è riuscita a germogliare.
Ma era prima che qualcuno facesse il lavaggio del cervello a tutti...

P.S. Il fatto che siano altri ad orchestrare le nostre vite, non mi impedisce di vergognarmi per il mondo che lasciamo alle nuove generazioni.

mercoledì 20 ottobre 2010

L'"Orazio" di Heiner Müller portato in scena a San Pietro in Cariano (VR)

Titolo originale: Der Horatier.
Prima rappresentazione assoluta: Berlino, Schiller Theater, I° marzo 1973.



Domenica 17 ottobre, ho assistito al monologo L’Orazio testo scritto negli anni Settanta da Heiner Müller, uno dei massimi drammaturghi del Novecento, insieme a Brecht, Pirandello, Beckett e Ionesco.
L’Orazio risulta di un’attualità fin sconvolgente e, in attesa che Leonardo Franceschetti e Maurizio Zanolli replichino questo splendido monologo, mi sono sentita in dovere di scrivere un breve articolo di commento, nella speranza di invogliare quante più persone, specie i giovani, ad andarlo a vedere.
E perché non approfittare della disponibilità di questi eclettici artisti veronesi al fine di proporre il monologo nelle scuole superiori di Verona? Potrebbe essere un ottimo punto di partenza per una riflessione sul mondo in cui viviamo, di poco cambiato rispetto a quarant’anni fa, sotto il profilo della confusione etica.

L'ORAZIO

"Ogni volta che pronunciamo una parola,
inconsapevoli, creiamo un mondo."

Gilberto Fulgenzi
Cosmogonie indolenti, e altri fiatlux (1971)

Entrare, quasi al buio, in una soffitta e prendere posto su delle seggiole mentre lo spettacolo è già iniziato.
In sottofondo, Daniele Silvestri canta Il mio nemico.
Un uomo sta in ginocchio davanti a una ventina di quotidiani, tutti comprati il giorno stesso, e li scruta, uno ad uno, senza capire che contenuto stia dietro a tutte quelle parole messe insieme secondo un criterio sfuggente, volutamente incomprensibile.
È la storia di oggi. L’informazione frammentaria, depistante, centrifugata e passata al frullatore, senza più amore nell’utilizzo delle parole, abbandonata ai facili cliché, alla ricerca dello slogan.
Sedere sulle seggiole e guardare l’uomo che, disorientato, appende delle pagine, prese a caso dal mucchio, a un muro invisibile.
Le parole hanno perso il loro senso, non è più possibile decifrare quale sia il messaggio che stanno veicolando.
Le parole sono state uccise.
L’uomo prova una rabbia incontenibile e toglie dal muro tutte le informazioni finte, fuorvianti, che aveva raccolto con tanta pazienza.
Pazienza che ora gli sembra solo ingenuità.
E questo suo gesto apre uno squarcio nel passato.
Sulle seggiole non si è più tranquilli, perché qualcosa ha spezzato la barriera tra attore e pubblico, tra detto e non detto, ma anche tra presente e passato.
Ed è proprio in questo momento che il passato irrompe, riprendendo con la furia ironica di Heiner Müller la vicenda degli Orazi e dei Curiazi raccontata da Livio.
Non identica, anzi, ben diversa, con una serie di implicazioni impreviste, che colpiscono non già per le libertà prese rispetto al resoconto del celebre annalista, quanto per la marcata volontà di dire… altro.
L’Orazio è solo.
Non ci sono i due fratelli.
È l’unico a combattere per Roma.
Ed a lui è affidato tutto il dramma e pure il dilemma etico di cui neppure si accorge. Saranno gli altri a viverlo. Lui si muove secondo un cieco credere in una verità non discussa: Roma viene prima di tutto.
Io sono il signore tuo dio, tu non avrai altro dio al di sopra di me.
Orazio vede Roma né più né meno che così. Come un valore indotto a cui prestare fede, dedizione, se necessario anche la vita.
Essere seduti sulle seggiole e vedere un uomo che dipinge su dei pannelli la storia di Orazio, il suo ineludibile destino che lo costringe ad essere sia un eroe sia un assassino, ed ascoltare la stessa storia, ma recitata, raccontata a parole, porta a dover focalizzare il tutto con due sensi diversi, combinati in stereofonia.
Udito e percezione visiva si fondono, divengono una sola cosa.
Il cinema, soprattutto quando ricorre agli effetti speciali, non riesce a produrre uno sconvolgimento simile.
Ma l’Orazio proposto da Leonardo Franceschetti, Maurizio Zanolli e Alessandro Bonesini sì. Perché è capace di far emergere una consapevolezza che vive, vibra, si fa parola, musica, disegno, luce ed ombra.
Essere seduti su quelle seggiole vuol dire diventare parte di uno spettacolo che è vita vera, che travolge e incanta.
Orazio è l’eroe che decreta la sconfitta dei nemici di Roma, i Curiazi di Alba. Ma uno di loro, quello che lui stesso ha ucciso, era fidanzato con la sorella di Orazio. Ed egli, di ritorno vincitore, non sopporta le sue lacrime. Così le trafigge il petto con la stessa spada con cui aveva dato la morte al suo amato.

Adesso va da lui, che ami più di Roma. E questo accada a ogni donna romana che pianga il nemico.

Da qui il dilemma, reso sottilmente linguistico da Müller: Orazio è un eroe o un assassino?
Se è un eroe, dovremmo porgli l’alloro sul capo, se è un assassino, giustiziarlo. Ma Orazio può essere due uomini nello stesso tempo?
E qui scatta l’incapacità di cogliere le sfumature, di leggere bene e male come opposti che sempre sono compresenti. Il popolo vuole sapere se Orazio è un eroe o un assassino. Lo esige. Non accetta compromessi. I compromessi, come oggi sappiamo, sono i giochi di prestigio dei politici e dei giuristi, ma l’anima ingenua del popolo – nella sua pura ignoranza – non li può concepire.
Essere seduti su quelle seggiole vuol dire interrogarsi sui disegni di Maurizio Zanolli, che con sferzate di colore gioca a confondere il bene e il male. Vuol dire ascoltare le parole di Leonardo Franceschetti, che conferiscono forza e rendono più attuale che mai il messaggio espresso dal testo di Müller. Un testo mai censurato, sebbene scritto negli anni Settanta, in una Germania dell’Est che non conosceva, se non per intuito, il significato della parola «libertà». Vuol dire riflettere sulla presunta libertà che oggi ci illudiamo di vivere.

Sì, perché mentre si è seduti su quelle seggiole, coinvolti da una trama che inchioda e un impatto visivo che ti impedisce di distogliere anche per un solo istante l’attenzione, si avverte sorgere una domanda, a cui non si riesce a dare forma immediatamente.
Quella domanda ti si ripresenta forse dopo dieci minuti, un’ora dopo o nel giro di qualche giorno. E allora scopri che non era solo una domanda. Era un interrogarsi sul senso della vita in modo profondo, senza finzione, e proprio per questo ci ha messo tanto ad affiorare.
Oggi tutto spinge ad evitare il confronto con noi stessi. La filosofia ha smesso di essere un pungolo dell’animo nel momento in cui sono nati i quiz televisivi, che sostituiscono alla domanda di Müller – Orazio era un eroe o un assassino? – domande su chi ha vinto il Festival di San Remo nel ’79 o qual è il secondo nome di battesimo della Marini.
Se è questo, ormai, a fare la parte da leone rispetto ai dilemmi etici della vita, poi non stupiamoci, noi seduti su quelle seggiole, di sentire vacillare l’opinione pubblica nei processi di casa nostra.
In modo non dissimile dall’Orazio, lasciato in balia del giudizio popolare, la confusione regna sovrana.

È un assassino?
È un vincitore?
Ha fatto bene?
Ha sbagliato?
Risolvere i dilemmi etici, da che mondo è mondo, è ardua impresa. Non impossibile, a mio avviso.
Ci sono valori che, in qualche modo, sottendono il nostro modo di vivere e che si rendono riconoscibili come degni di essere salvaguardati, difesi, promossi, protetti.
Ma non sono valori assoluti.
I nostri valori dipendono dalle parole più di quanto ci sia dato sospettare.
Ripenso all’illuminante saggio di Aldo Giorgio Gargani, Wittgenstein. Musica, parola, gesto, dove balza agli occhi una frase palpitante di verità: «Noi siamo il nostro linguaggio».
Tutta la nostra vita, tutte le nostre conoscenze, perfino i nostri valori, sarebbero impossibili senza il linguaggio, il quale diventa ad un tempo il limite della conoscenza e il mezzo, il solo mezzo, per attuarla. In altri termini, noi indossiamo una «pelle linguistica» dalla quale è pressoché impossibile uscire.
E i nostri valori ne fanno parte.
Questa consapevolezza dovrebbe portare ad una riflessione matura, che ci renda capaci di comprendere il gioco a cui siamo stati iscritti, forse nostro malgrado, e cogliere le sottili differenze che separano l’aspetto ludico da quello sensibilmente umano.
Immedesimarsi nel sentire altrui, comprendere che gli altri non sono solo figure, comparse di un video-game, ma esseri umani che come noi hanno paure, dubbi, momenti di rabbia e sconforto, potrebbe essere la più piena risposta al dilemma presentato da Müller: chi sei tu? Chi sei, persona che ho davanti?
Nel caso dell’Orazio il dilemma assume tinte tragiche: costui è un eroe o un assassino? E la risposta viene cercata in convinzioni sterili, suffragate dal nulla.

Ma è possibile trovare l’etichetta giusta per catalogare una persona?
Orazio può essere condannato o assolto a seconda dei valori dell’epoca in cui vive. Nell’antica Roma poteva essere un eroe e un fratricida. E lasciare il dilemma. Oggi, vai a sapere… Ma Müller insinua un’altra soluzione, sottile e di fine sarcasmo: l’eroe muore laddove il suo senso etico vacilla.
Nel momento in cui Orazio uccide la sorella, ha varcato la soglia tra il bene e il male, ha deposto ogni pretesa di essere un eroe.
Ma, diciamola tutta, Müller aveva dipinto la mancanza di senso etico di Orazio già prima. Quando, di fronte al nemico sconfitto, si rifiuta di accogliere la sua richiesta di pietà. Non gli importa né dell’uomo che uccide, né della sorella. Roma vince su tutto, dentro il suo cuore.
Il problema etico e quello linguistico sembrano essere diversi. Ma lo sono solo se non si affrontano d’ensemble, cogliendo le implicazioni dell’uno con l’altro. È con un uso volutamente distorto delle parole che ci viene fatto credere che il mondo sia in un certo modo, sempre se non siamo abbastanza scaltri da non cascarci.

Orazio è poco scaltro. Pensa con la spada, non con la mente. Ricorda uno dei nostri ragazzini, venuti su a battaglie combattute nelle play-station o nelle x-box, dove realtà e finzione si mescolano senza lasciare il respiro di una riflessione. E per questo il suo destino è scontato: verrà giudicato e ucciso due volte, sia da coloro che lo sostengono, sia da coloro che lo denigrano.
L’appello del padre, in lacrime, che vorrebbe prendere il suo posto, non servirà a nulla.
Come è giusto che sia.
Laddove l’etica è solo una parola spezzata, che ha perduto il suo significato, non si può pretendere che venga compresa.
E così nell’Orazio le parole, il solo grande tesoro di cui dovremmo tenere conto, vengono infangate, rese ambigue, spezzate, irrise, ed infine salvate.

Perché le parole devono rimanere pure.
Perché una spada può essere spezzata e anche un uomo può essere spezzato, ma le parole non possono essere spezzate nell’ingranaggio del mondo, essendo loro che rendono le cose conoscibili o inconoscibili.
Per noi uomini, l’inconoscibilità delle cose è mortale.

La nostra pelle linguistica è un limite, ma anche un immenso dono. Altrimenti come avrei potuto scrivere queste poche righe, nelle quali, spostandomi da un piano all’altro, tendo una mano a chi vuol capire?

Torno a sedermi sulla seggiola, chiedendomi se sia ancora possibile un’etica a misura d’uomo, un modo di affrontare la vita senza paraocchi e false distrazioni, con consapevolezza e rigore filosofico.
E rivedo Maurizio Zanolli e Leonardo Fanceschetti, che con amore e rabbia, raccontano il loro sentire lo stesso bisogno.
Con parole piene, capaci di trasmettere il vero, e pennellate incisive, che del vero si fanno tramite.

mercoledì 13 ottobre 2010

Com’era il signor Senzatempo da bambino?

Quella che segue potrebbe sembrare una fiaba, ma non lo è. No, no.
Al contrario, è una storia vera.
Anche un po’ triste, se vogliamo.
Ma non vale la pena anticipare altro.
Sappiate solo che fu proprio in seguito a queste vicende che Virgilio Senzatempo decise di specializzarsi in irrealtà.

La finestra dei sogni

C’era una volta un bambino che sognava ad occhi aperti.
Si chiamava Senzatempo e aveva un solo desiderio nel cuore: volare via da tutto, salire sopra le nubi e guardare il mondo come se fosse un puntino innocuo e lontano, come se fosse possibile stringerlo in una mano.
È bellissimo sognare, specie nei momenti più impensati, ma l’ideale è senza dubbio farlo sui banchi di scuola, mentre la maestra parla e parla per ore e ore. Quanta noia, a volte!
Il bambino per un po’ ascoltava, ma poi ecco un cavaliere con lancia e armatura muoversi con sguardo fiero verso l’antro di un drago. Quante fiamme uscivano dalla sua enorme bocca! Tuttavia l’impavido paladino non si faceva intimorire e incedeva con sguardo spavaldo verso la spaventosa bestia, deciso a domarla. Già le era giunto dinanzi e aveva impugnato la spada...
“Senzatempo!” lo risvegliò la maestra. “Potresti, per favore, scendere dal banco e smetterla di agitare il righello nell’aria?”
Il piccino scese subito, mentre tutti i compagni sghignazzavano.
“È proprio matto, non c’è che dire!” commentò Saputello, il secchione della classe. “Guarda un po’ che figura!”
“Secondo me, invece, è coraggioso” protestò sottovoce Mediocre. “Almeno lui fa quel che pensa!”
“Silenzio! Tutti a pagina cinquantasei del libro di grammatica” disse la maestra, interrompendo la conversazione dei due compagni di banco. “Adesso vi spiegherò il superlativo assoluto.”
Che incredibile suono le parole superlativo assoluto. Sembravano rievocare mitiche gesta di eroi... Ed ecco Ulisse, incatenato all’albero maestro e senza tappi nelle orecchie, mentre ascoltava il canto ammaliatore delle sirene. Poi una di quelle incantevoli creature si avvicinò alla nave, tentando di salire a bordo.
“Aiutami, Ulisse, voglio raggiungerti” sussurrò. “Saprò raccontarti fiabe bellissime, che neppure immagini! Storie meravigliose, che superano ogni tua fantasia...”
Ma ancora una volta la voce della maestra riportò Senzatempo nel crudo mondo della realtà. “Perché tieni le braccia dietro la schiena, come se fossero legate?” urlò al limite della sua umana pazienza, svegliandolo. “Hai copiato dalla lavagna la definizione di superlativo assoluto?”
Prima che Senzatempo riuscisse ad evitarlo, l’arcigna docente gli strappò di mano il quaderno e lesse a tutta la classe: “Definizione di superlativo assoluto: ciò che va oltre ogni immaginazione”.
I compagni scoppiarono a ridere e Senzatempo si sentì un idiota. Ma questa orribile sensazione durò poco. Come suonò la campanella, entrò in aula l’insegnante di matematica e cominciò a spiegare le frazioni. “La mamma prepara una torta e la divide in sette porzioni...” La maestra disegnò un cerchio sulla lavagna e lo suddivise in spicchi.
Ed ecco apparire un mondo fatto di particolari, di dettagli straordinari e incredibili fantasie. Tebe dalle sette porte di colpo le spalancò tutte e dietro ciascuna si celava un sogno diverso. Cammelli e tappeti volanti uscivano e rientravano, da magiche lampade sgusciavano geni, affascinanti odalische danzavano leggere, passando da una soglia all’altra.
“Che meraviglia!” pensò Senzatempo, quand’ecco apparire una bellissima fata, con gli occhi ricolmi di lacrime.
“Perché piangi?” le chiese il bambino. “Le fate dovrebbero essere felici.”
“Le mie lacrime sono per te, che patisci così tanto. Non c’è dolore più grande che soffrire per le sventure di una persona che ami.”
“Non devi compatirmi” rispose Senzatempo. Si portò dinanzi alla cattedra, vi salì sopra e declamò, infangando con le scarpe il registro: “Cambierò la mia vita, ci riuscirò! Io vivrò per sempre nel tempo del Sogno!”
La maestra lo strattonò giù in malo modo.
“Ma dico? Ti ha dato di volta il cervello? Questa volta hai superato ogni limite! Ma ci penserò io a farti passare la voglia di interrompere la lezione con le tue buffonate! Oggi, per te niente ricreazione. Resterai in aula, tutto solo, a riflettere!”
Come suonò la campanella, gli altri bambini uscirono di corsa, gridando allegramente.
“Sei ancora convinto che il tuo idolo sia coraggioso?” domandò polemicamente Saputello a Mediocre.
Il ragazzino non rispose. Triste ammetterlo, ma forse si era sbagliato...
Senzatempo si sedette al suo posto, chiedendosi come mai non ne combinasse una giusta. Udiva le festanti voci dei compagni, che correvano spensierati in giardino, e i suoi occhi si spostarono istintivamente a fissare la finestra. Com’era incantevole il volo degli uccelli, sembrava una danza! Oh, cosa avrebbe dato per essere uno di loro e volare nel cielo senza nessun limite, oltre ogni confine!
Senza pensarci troppo, Senzatempo si alzò, prese i colori a tempera e disegnò sulle finestre il volo degli uccelli. Ma, mentre dipingeva, si accorse delle farfalle, dei fiori e degli alberi e così cercò di ritrarre anche la loro meravigliosa leggerezza: quanti colori, che incredibile varietà di forme!
Alla fine la finestra era un immenso affresco di tinte, dove arcobaleni, laghetti, insetti e piante giocavano, cambiando luce sotto i raggi del sole.
“Senzatempo, Senzatempo...” sentì sussurrare il bambino.
Si voltò, con gli occhi bassi, rendendosi conto solo allora di cosa aveva combinato. Ecco, adesso la maestra lo avrebbe sgridato, i compagni si sarebbero presi gioco della sua goffaggine... Che sensazione insopportabile! Silenzio, invece. Nessuno fiatava. Cosa stava succedendo? Prese coraggio e guardò: la maestra, i compagni e perfino le mosche erano a bocca aperta, ad ammirare l’incredibile gioco di colori e luci del suo disegno sulla finestra.
A Senzatempo parve che quel momento non finisse mai.
“Mi dispiace...” disse, per scusarsi. “Posso cancellare...”
Nessuno gli rispose. Come se le sue parole fossero state un sussurro impercettibile.
Poi Mediocre, senza parlare, prese dal suo banco il pennello e cominciò a disegnare il mare su un’altra finestra. E dopo di lui tutti i bambini seguirono il suo esempio, dipingendo su vetri dell’aula i meravigliosi universi che vivevano nei loro cuori: maghi dalle lunghe barbe bianche, principesse sontuosamente abbigliate, bizzarri animali, alberi con occhi e braccia, stelle sorridenti... L’atmosfera fiabesca che si respirava nell’aula ebbe il potere di trasformare la maestra in un’incantevole fata dagli occhi colmi di dolcezza. Levò la sua bacchetta magica e tramutò tutte le pareti in grandi finestre. Era incredibile: non c’erano più confini, nessun ostacolo impediva più di ammirare il mondo là fuori, che ormai era unicamente fantasia e libertà.
Come videro questo prodigio i bambini iniziarono a cantare felici e, per giorni e giorni, continuarono a mescolare musica e tempere, riempiendo le finestre con i colori dei loro inesauribili sogni.


Il resto, almeno in parte, potete intuirlo.
Ciò che ancora non sapete è come sia riuscito il nostro Virgilio Senzatempo ad aprire un'agenzia che propone davvero viaggi nell'irrealtà!
Ma questo verrà spiegato in uno dei prossimi libri della serie.
Pazientate, pazientate...

martedì 12 ottobre 2010

"A casa del diavolo" - Racconto di Oliviero Canetti

È con piacere e orgoglio che pubblichiamo un racconto inviatoci dal nostro collaboratore, l'ottimo professore Oliviero Canetti, a cui vanno tutti i nostri più diabolici complimenti.


Ed eccoci qui, tutti insieme e zitti, a casa del diavolo.

Di giorno bisogna stare attenti, perché di giorno il diavolo è sveglio. Lo sentiamo girare per le stanze, con quel suo passo lento e cadenzato, l'incedere del diavolo. Lo sentiamo sgranocchiare in cucina il suo magro pasto, ossicini di bambini e patate al forno, la cena del diavolo. O in biblioteca, alla luce dei santelmi, stropicciare carte antiche e polverose, le pergamene del diavolo.

Non si può far rumore, in queste lunghe ore. È cattivo, il diavolo, sapete, e se ci piglia ci mette nel forno. E noi stiamo lì, rincantucciati tra le gambe dei mobili, sotto gli armadi e sotto i letti, a spiare, tutti insieme e zitti, i piedi del diavolo. Zoccoli caprini in vecchie pantofole di feltro, i piedi del diavolo, che van su e giù per le vaste stanze, sul marmo e sui tappeti, su e giù nel lento volgere del giorno. In silenzio, udiamo l'ansito ruvido del suo respiro, il respiro del diavolo, che sa un po' di zolfo.
Lento cala il tramonto sulla casa del diavolo, e non si può far nulla. Solo starcene tutti insieme e zitti, in timoroso e reverenziale silenzio. Ma ci riscuotono nell'imbrunire i suoi sbadigli, gli sbadigli del diavolo, prolungati e intenti. Allora ci diamo l'un l'altro di gomito. Ecco, ci siamo. E quando il diavolo va al letto e la notte scende sulla sua grande casa, è il nostro momento.
Ed eccoci venir fuori dai pertugi tra le gambe dei mobili, da sotto gli armadi e sotto i letti, ed eccoci camminare in fila indiana e quatti, lungo le pareti, per incontrarci infine, tutti insieme e zitti, nel salone del diavolo. Su una parete è appeso il ritratto del diavolo, incorniciato d'argento, e dal ritratto, il diavolo ti scruta accigliato. Sguardo di diavolo hanno gli occhi del diavolo. Ma per il resto c'è un silenzio tranquillo e profondo. Adesso il diavolo dorme e, quando il diavolo dorme, noi possiamo girare e giocare per la sua grande casa.
Tutti insieme e zitti, a casa del diavolo.
Ci guardiamo l'un l'altro e ci scambiamo risatine furtive. Questa è la casa del diavolo: ne conosciamo ogni angolo, ogni cantuccio, ogni nascondiglio. Sono solo poche stanze, poche vaste ombrose silenziose stanze. Quante ne bastano al diavolo, che è un tipo di poche pretese, ma noi le esploriamo ogni volta con un misto di timore e meraviglia.
Per prima cosa avanziamo lungo il corridoio e ci affacciamo cauti in camera, la camera del diavolo. La camera è buia e nel buio il diavolo dorme. Profondo è il sonno del diavolo e sogna sogni di diavolo. Un russare lento e profondo, il russare del diavolo. Finché si ode il diavolo russare vuol dire che il diavolo dorme. E finché il diavolo dorme noi siamo al sicuro.
Zitti zitti ce ne andiamo in cucina. Ed eccoci nella cucina del diavolo. In alto ci sono le credenze, le credenze del diavolo, ed è lì che il diavolo tiene la farina, la farina del diavolo, che va tutta in crusca. Il fuoco è acceso e sul fuoco la pentola bolle, la pentola del diavolo. La fissiamo da lontano, affacciati alla porta, timorosi di avvicinarci. Nera e maligna è la pentola del diavolo. Non c'è il coperchio e gorgoglia con minacciosa indolenza. Domani la rubiamo, diciamo ogni volta, ma poi ci manca il coraggio. C'è qualcosa di sinistro nella pentola del diavolo. Cuoce il pasto del diavolo.
E ora andiamo a vedere il gatto del diavolo. Ha il pelo rosso come la ruggine, il gatto del diavolo, e dorme acciambellato nel cesto. Zitti zitti facciamo per avvicinarci, ma il gatto del diavolo apre un occhio e tira fuori le unghiette. Non vuole coccole, lui, non vuole carezze: è il gatto del diavolo. Ci spia dal cesto con infida malevolenza. Noi ce ne andiamo e il gatto del diavolo richiude il suo occhio e si rimette a ronfare.

Per un po' non sappiamo cosa fare, poi decidiamo di andare a rovistare nell'armadio del diavolo. Pesante e di mogano è l'armadio del diavolo. Ne apriamo le ante con cautela, perché cigolano e scricchiolano. Abbiamo sempre paura che il diavolo si svegli e, se si sveglia, il diavolo ci acchiappa e ci mette nel forno. Ma il russare del diavolo riempie la casa e finché si ode il diavolo russare vuol dire che noi possiamo stare tranquilli.
Nell'armadio del diavolo ci sono i suoi vestiti: la camicia, i pantaloni, il gilet, il soprabito, le scarpe, le ghette, la bombetta, tutti i vestiti del diavolo. Li tiriamo giù dalle stampelle, li indossiamo e sfiliamo per il corridoio imitando le mosse e le smorfie del diavolo, ci guardiamo l'un l'altro e ridiamo strizzando le guance. È così buffo, il diavolo! Ma si sente elegante e raffinato, il diavolo, e cammina tutto impettito, con fare lugubre e diavolesco. Ecco questi sono i suoi vestiti, i vestiti del diavolo, e questo è il suo stile, lo stile del diavolo.
Nell'ultimo ripiano dell'armadio c'è una scatola di cartone. Dentro che cosa ci sarà? La scatola è in alto e per un po' rimaniamo lì sotto incerti, incerti se aprirla e spiare i segreti del diavolo, o lasciare al diavolo i suoi segreti. Presa la nostra decisione, andiamo a cercare una sedia. Infine prendiamo lo scranno del diavolo, lo scranno che si trova nel grande salone del diavolo, proprio sotto il ritratto del diavolo, il maestoso scranno su cui, nei lunghi pomeriggi invernali, il diavolo intreccia le sue oscure e profonde meditazioni, le meditazioni del diavolo, il pugno sotto il mento e i piedi allungati verso il camino. È di legno pesante, lo scranno del diavolo, con lo schienale imbottito e i piedi lavorati. Faticosamente lo trasportiamo sotto l'armadio e arrampicandoci sull'alta spalliera arriviamo finalmente alla scatola.

In un attimo la scatola è a terra e noi siamo tutti intorno, impazienti di aprirla, di vedere che cosa c'è dentro! Su cosa aspettiamo? La apriamo.
Vecchie fotografie tenute con grossi elastici, istantanee ingiallite e ritratti sfocati. Le fotografie del diavolo, i ricordi del diavolo, le nostalgie del diavolo. Ecco, questo è il diavolo con i colleghi in ufficio. E qui il diavolo durante la settimana bianca, con il passamontagna e gli sci in spalla. Questi sono i nonni del diavolo, questi sono i fratelli e questi saranno forse dei parenti lontani. E questo è il diavolo al primo giorno di scuola: rosso è il grembiulino del diavolo, rosso il fiocco del diavolo. E guardate qui, che buffo, questo è il diavolo quand'era un bebè. Sta bocconi sul cuscino, un sorrisetto sdentato, col culetto in aria e la codina dritta!

Ci fanno ridere, le fotografie del diavolo, e anche un po' ci inteneriscono. Le rimettiamo a posto. La prudenza non è mai troppa a casa del diavolo.

E poi andiamo in biblioteca. È antiquata e austera, la biblioteca del diavolo. Ragnatele e silenzio. Antichi e polverosi sono i libri del diavolo e raccontano cose di diavoli. Talvolta li tiriamo giù e li sfogliamo. Ci sono tante parole misteriose, nei libri del diavolo, pentacoli e formule magiche, e le pagine scricchiolano quando le voltiamo. Stiamo lì per ore e fingiamo di leggerli, i libri del diavolo, e mentre fingiamo di leggerli, imitiamo il diavolo che strabuzza gli occhi, vergando annotazioni sui bordi delle pagine, nella sua grafia minuta e angolosa. Una volta per scherzo glieli abbiamo scarabocchiati, poi il diavolo si è arrabbiato e si è messo a gridare con voce di diavolo, e ha detto che se ci prende ci mette nel forno.
In fondo alla biblioteca, su un supporto, sta un bellissimo violino. È il violino del diavolo. La luce scivola sulla cassa di legno in mille riflessi. È strana e misteriosa, la musica del diavolo, e quando il diavolo suona e l'archetto corre sulle corde, tutta la casa si riempie di note trillanti, gli scheletri ballano e noi facciamo capolino dai nascondigli e battiamo il tempo con le mani. Ci piace, la musica del diavolo. Il suo violino lo ammiriamo da lontano e non osiamo toccarlo. È sacro il violino del diavolo, perché suona la musica del diavolo.

Sul tavolino c'è una brocca di cristallo. I cioccolatini del diavolo. Sono al latte, al cacao, alla nocciola, alla vaniglia. Su, serviamoci! Saltiamo sul tavolino e diamo inizio alla scorpacciata. Ci sporchiamo di cioccolato e avidamente ci lecchiamo le dita, prima di pulirle sdegnosi sulla tovaglia in tela d'Olanda. Mentre scherziamo e ridiamo, e ridiamo e ci spintoniamo scherzando, qualcuno urta la brocca di cristallo, la brocca di cristallo del diavolo. La brocca rotola sul tavolino, rotola e rotola, e noi non riusciamo ad acchiapparla, non riusciamo ad acchiapparla e la brocca di cristallo rotola e rotola, e cade in terra. Uno schianto.
Ci blocchiamo.

Un istante.
Un solo... lunghissimo... istante.
Un ululato si accende attraverso le stanze.
...L'ululato del diavolo!
Noi ci guardiamo l'un l'altro e cominciamo a tremare.
Passi nel corridoio.
...I passi del diavolo!
La porta si spalanca.

È il diavolo!

Rosso è il pigiama del diavolo, rossa la vestaglia del diavolo, rosse le calze del diavolo.
Il diavolo si erge su di noi, spalanca le ali, le corna si rizzano sprizzando scintille.
Adesso vi piglio e vi metto nel fornoooooo...

Cerca di agguantarci, il diavolo. Ma noi siamo più piccoli e più svelti. Scappiamo intorno al tavolo, imbocchiamo la porta e via per le stanze! Il diavolo ci insegue, furioso. Ci sparpagliamo nei corridoi, nei saloni e nelle camere. Il diavolo si protende cercando di agguantarci. Sono lunghe le braccia del diavolo, scheletriche le dita del diavolo, nere le unghie del diavolo. Noi gli sgusciamo tra le grinfie ed uno ad uno ci tuffiamo tra le gambe dei mobili, sotto gli armadi e sotto i letti. Allora il diavolo dà di piglio alla scopa e comincia a sbatterla tra le gambe dei mobili, sotto gli armadi e sotto i letti.

Tenta di stanarci, ma noi ci rincantucciamo più in fondo che possiamo. È casa nostra, qui sotto, qui sotto siamo al sicuro. Tra le gambe dei mobili, sotto gli armadi e sotto i letti. Urla e minaccia, il diavolo, lancia maledizioni, il diavolo, ma non può farci nulla. E se ne va via furioso e scornato.
Noi rimaniamo rintanati, immobili e zitti, senza muoverci e senza fiatare. Cerchiamo persino di non respirare... Ma usciremo di nuovo. Forse domani sera, forse la sera dopo. Usciremo dai pertugi tra le gambe dei mobili, da sotto gli armadi e da sotto i letti, e quindi ricominceremo a girare e giocare per questa grande casa, per la casa del diavolo.
La prossima volta, ci diciamo dandoci di gomito, gli tireremo un bello scherzetto, al diavolo. Gli ruberemo la pentola.

Sì, la pentola del diavolo!
Oliviero Canetti

venerdì 8 ottobre 2010

Progetto Senzatempo. Un nuovo approccio alla lettura, alla scrittura e al ragionare, secondo logica e giudizio critico

Come annunciato poco tempo fa, è uscito il secondo volume della serie Senzatempo, dedicato ai lettori più giovani e a chiunque sia desideroso di approfondire il mondo inventato da James Matthew Barrie.
Sì, perché i libri della serie parallela a quella mitologica costituiscono dei veri e propri viaggi dentro i più grandi classici per l’infanzia.
Ora, voi direte: perché scrivere un libro che parla di un altro libro? Nel caso, non era meglio utilizzare la formula del saggio, anziché del romanzo?
La risposta è abbastanza banale: i saggi, molto spesso, non sono apprezzati dai bambini delle elementari e delle scuole medie che, specie in quest’epoca, prediligono trascorrere il loro tempo dinanzi alla tv o all’x-box, piuttosto che a leggere.
Pertanto, abbiamo pensato di attirarli con un approccio divertente, ma non per questo povero di contenuti. Nelle indagini irreali della Senzatempo, i giovani lettori vengono trasportati nell’epoca in cui i romanzi sono stati scritti. In Alla scoperta del Paese delle Meraviglie conoscono di persona Lewis Carrol, scoprendo dettagli sulla sua personalità e sulla sua vita (la balbuzie, la passione per la fotografia, la predisposizione per la logica e la matematica, il suo amore per il mondo dell’infanzia). In Alla scoperta dell’Isola-che-non-c’è incontrano James Matthew Barrie, accanito fumatore di pipa, e i bambini a cui si è ispirato per scrivere Peter Pan. In entrambi i casi, c’è un mistero da risolvere: nel primo, Alice Liddell, la bambina a cui Carroll aveva dedicato il suo capolavoro, è scomparsa e spetterà a Virgilio Senzatempo ritrovarla. Nel secondo, Wendy si ribella alla trama e, ancora una volta, saranno i protagonisti della Senzatempo a sbrogliare la matassa.
Nel corso di entrambi i viaggi, Alice nel Paese delle Meraviglie e Peter Pan vengono esplorati dall’interno, interagendo con i personaggi creati dai due scrittori inglesi e scoprendo le molteplici sfaccettature delle trame.
Si tratta di libri appassionanti, di semplice lettura, indicati particolarmente per i ragazzini delle scuole medie.


Ma non è finita qui!

I libri, infatti, si prestano anche ad interessanti attività didattiche, volte ad incentivare la lettura critica e la scrittura creativa. A tale scopo, abbiamo predisposto una guida insegnanti e delle schede per gli alunni atte a svolgere il lavoro in classe, come attività laboratoriale integrativa alle materie insegnate.
Va evidenziato che ogni volume presenta non solo più tematiche, ma anche diverse chiavi di lettura, divenendo così fruibile sia ad un livello elementare, sia nell’ottica di approfondimenti interdisciplinari.
I docenti interessati possono richiedere in visione il progetto Senzatempo, direttamente su questo blog, lasciando una mail dove inviarlo.

E, naturalmente, saremo felici di rispondere ad ogni domanda!

martedì 5 ottobre 2010

L'Irlanda celtica in "premio" al quiz fantasy di Celtic World

Proprio così! Il volume Agenzia Senzatempo - Viaggio irreale nell'irlanda celtica verrà assegnato in premio ai tre abili solutori del quiz che si terrà nei prossimi giorni sul sito di Celtic World. http://www.celticworld.it/
Una ghiotta occasione per dare sfoggio di cultura e assicurarvi un libro che potrete regalare a un amico o a un parente in occasione del compleanno, di Natale o di Halloween (l'antico capodanno celtico). Se, poi - ma non ci crediamo - voi stessi ancora non lo avete letto... ecco il momento giusto per immergervi nel romanzo fantasy che ha rivoluzionato la fantasy, senza troppo sforzo e senza mettere mano al portafogli.
La partecipazione al quiz richiede unicamente l'iscrizione al sito di Celtic World, cosa semplicissima anche per i dinosauri del web.
Sì, lo so, qualcuno di voi alzerà gli occhi al cielo. "Non bastavano le lotterie, i quiz televisivi, i gratta e vinci, i gratta e parcheggia a demolire l'amore per la cultura ed il sapere?"
Condivido il parere di voi polemici, ma prendetela con spirito. Se non altro, per una volta, in palio non ci sono soldi, ma proprio... cultura! Magari potrebbe essere il "la" per cambiare il modo di intendere il quiz, che, nella sua intrinseca natura, è tutt'altro che stupido o avvilente. Non dimentichiamo che il gioco, nell'antichità, era una questione molto seria, spesso interrelata ai culti. Quindi, rimuovete dall'inconscio "Chi vuol essere milionario?" e mettete alla prova le vostre conoscenze del mondo celtico!
E, nel caso riusciste a vincere, non dimenticatevi di contattarci sul blog per esprimere un parere sul libro!!!

sabato 18 settembre 2010

Peter Pan sta volando tra i caratteri di stampa


A giorni è prevista l'uscita del nuovo libro della serie "Agenzia Senzatempo" , dove il mitico Virgilio conduce i lettori in rocambolesche avventure nella letteratura per ragazzi.

Protagonisti, oltre i soliti amici, quali il ragioniere Rompini, Sofia, suo fratello Nicola e la terribile maestra Bocciasomari, saranno James Matthew Barrie, autore di "Peter Pan" e i personaggi che popolano il suo mondo, come Capitan Uncino, i bimbi smarriti e il serafico coccodrillo.

Che succederà in questa nuova indagine della Senzatempo?
E perché proprio Peter Pan?

Se non lo troverete troppo banale, perché Peter Pan è il simbolo di una ribellione al già scritto, al già visto, alla quotidianità. Il suo è un irrompere negli schemi prestabiliti, anche se in modo inconsapevole... Ma è proprio in questo che sta il suo imperituro fascino e la sua... ambiguità.

Il bambino che non voleva crescere, che non è mai cresciuto, ce lo portiamo tutti nel cuore.
Ok, non tutti, molti se lo sono dimenticato.
Il nostro libro ha come target chi non se lo è dimenticato.
E, con questo, ho detto tutto.

La trama

Il signor Virgilio Senzatempo, storico dell’irrealtà, riceve una curiosa lettera, simile a un foglio di pergamena strappato da un libro antico.



Virgilio ha ragione di credere che l’autrice della missiva sia Wendy Darling, l’eroina del celebre romanzo di James Matthew Barrie, come spiega ai suoi accompagnatori.

Virgilio sedette su una poltrona. “L’importante è che siamo partiti. Ormai nessuno può impedirci di raggiungere il signor Barrie, a Londra.”
Sofia sgranò gli occhi. “James Matthew Barrie? L’autore di Peter Pan? Allora è stato lui a contattarla!”
“A dire il vero no.” Lo storico dell’irrealtà si strofinò il mento. “Che dirvi? Si tratta di una questione alquanto bizzarra.”
“E si capisce, poffarbacco!” La Bocciasomari sbuffò. “Avanti, sentiamo cos’altro ha escogitato la sua mente perversa!”
Virgilio trasse di tasca un foglio di pergamena. “Ecco, non so neppure se possiamo considerarla una lettera…”
“Dia a me, capo!” Rompini, lente di ingrandimento in mano, prese il foglio e lo rigirò più volte, esaminandolo con cura. “È stato strappato da un quaderno.”
Nicola scoppiò a ridere. “Ottima deduzione, ragioniere. Ma cosa c’è scritto?”
“La grafia sembra femminile. Noi maschi, si sa, scriviamo in modo incomprensibile, specie i dottori.” Rompini si sistemò il berretto scozzese e sentì su di sé lo sguardo insofferente della Bocciasomari. “Vediamo un po’…” Il ragioniere lesse lentamente, fino a giungere alle ultime righe. “Senza un intervento esterno, lo so sottolineato due volte – né io né i miei fratelli potremmo mai fare ritorno a casa.”
Sofia batté le palpebre. “Sembrerebbe che sia stata Wendy Darling, la protagonista femminile di Peter Pan, a scrivere questa pagina. Ma perché lo avrebbe fatto?”

Già, perché?

Virgilio Senzatempo, deciso a risolvere il mistero, parte per la Londra edoardiana, accompagnato dal suo eterogeneo seguito. Lì vengono ospitati da Barrie e dalla sua amabile consorte, dopodiché raggiungono l’Isola-che-non-c’è, dove incontrano i protagonisti del romanzo e scoprono retroscena e nuovi aspetti dell’universo creato dallo scrittore inglese.

Il romanzo, pur fedele al capolavoro di Barrie, costituisce una vicenda nuova, volta a esplicitare lo spirito che sottende Peter Pan, i riferimenti autobiografici e il significato delle molteplici metafore disseminate nei capitoli del libro.

Cosa rappresenta il bacio posto all’angolo della bocca della signora Darling? E il Coccodrillo tanto temuto da Capitan Uncino?

E, soprattutto, chi era Peter Pan? Il bambino che non voleva crescere, sconcerta per la sua incapacità di provare sentimenti e ricordare il passato. Al contrario, Wendy dimostra non solo di essere capace di amare, ma anche di aver compreso che crescere è una bellissima avventura, e che, nella vita, fantasia e realtà sono due aspetti che necessitano l’uno dell’altro per sussistere.

lunedì 23 agosto 2010

Nonsolospade al festival celtico di Nubilaria




Grazie all'amico Carlo Recalcati (in arte "Kal"), fondatore dell'Associazione Culturale Bibrax, per la divulgazione e la diffusione della cultura celtica, Dario ed io presenzieremo al Nubilaria Celtic Festival 2010, lo straordinario raduno celtico di Novellara (dalle parti di Modena e Reggio Emila, ma lo si trova facilmente: basta vedere dove si fa più casino nella zona). Il ricco e variegato programma lo trovate qui.

Il nostro appuntamento è previsto per le 17.00 di sabato 4 settembre. Il titolo è: "L'epica gallica e il ciclo arturiano", e non abbiamo idea di cosa diremo. Improvviseremo, come sempre. Ma i temi portanti saranno - va da sé - i primi due libri scritti per la serie mitologica dell'Agenzia Senzatempo. Viaggio irreale nell'Irlanda celtica e Viaggio irreale nella Britannia di Merlino e Artù.
Ora, suppongo che tutti e voi nostri 16 lettori abbiate di meglio da fare che venire a Novellara, nella sconfinata ed insidiosa Emilia, per ascoltare cose che già avete trovato nei nostri libri. Sempreché li abbiate letti (cosa non facile vista la distribuzione non proprio capillare...). Magari, però, stante che noi non siamo i migliori promotori di noi stessi, potreste darci una mano divulgando la notizia.
O no?
Cerco di convincervi con un escamotage (da poco, come capirete).

Ecco un'anteprima tratta dal libro: Agenzia Senzatempo - Viaggio irreale nella Britannia di Merlino e Artù.

La nascita di Arthur

Alla morte di Emrys Wledig, suo fratello Uthyr salì al trono e subito fece chiamare Myrddin affinché gli rivelasse il futuro.
“Ricordi la cometa che apparve in cielo alla morte di tuo fratello?” esordì l’incantatore. “Eri tu, invero, il drago di fuoco che l’astro ci ha mostrato e, proprio in virtù di quel prodigio, sei divenuto re di Prydein. Il raggio che usciva dalla sua bocca preannunciava che avrai un figlio potentissimo, il cui dominio si estenderà su tutto il continente.”
Pensieroso e turbato, Uthyr ordinò che venissero forgiati due draghi d’oro simili a quello mostrato dalla stella. Uno lo destinò alla cattedrale di Caer Wynt, l’altro lo tenne per sé, affinché lo accompagnasse in battaglia. Per questo motivo, da quel giorno egli venne chiamato Uthyr Penndragwn, il Capo dei Draghi.
Ma era destino che la pace tanto faticosamente conquistata non dovesse durare a lungo. Il figlio di Hengist, Octa, che re Emrys Wledig aveva magnanimamente risparmiato anni prima, tornò ad insidiare Prydein. I Sassoni si sollevarono nelle province settentrionali dell’isola e occuparono tutte le roccaforti da Alba a Caer Efrawg. Nemmeno l’intervento di Uthyr riuscì a placare la loro furia, e i Britanni furono costretti ad indietreggiare fino alle dirupate pendici del Mynydd Daned, ove si asserragliarono.
Durante la notte, il re domandò ai suoi uomini quale fosse, a loro parere, il modo migliore per sferrare un attacco ai nemici. Gwrleis ap Sardawg, wledig del Cornyw, prese la parola. “I pagani sono più numerosi di noi. Se aspettassimo l’alba, andremmo di certo incontro a una sconfitta. Mentre, se approfitteremo del buio, li coglieremo di sorpresa e avremo maggiori probabilità di riuscire a sopraffarli.”
Il saggio parere di Gwrleis venne ben accolto e, armati di tutto punto, Uthyr e i suoi guerrieri si mossero verso l’accampamento di Octa. Piombarono compatti in mezzo alle schiere nemiche, con le spade sguainate. Presi alla sprovvista, i Sassoni non riuscirono ad organizzare prontamente la difesa e vennero sbaragliati.
Dopo la vittoria, Uthyr si recò a Llundein e ordinò che i prigionieri, tra cui Octa, fossero rinchiusi nelle prigioni della città.
Poiché la Pasqua era imminente, il re dispose che venisse organizzata una cerimonia solenne, a cui invitò tutti i nobili britanni. Tra gli ospiti erano presenti anche Gwrleis e sua moglie Eigyr, figlia di Amlawdd Wledig, una delle dame più belle di Ynys Prydein.
Come Uthyr la vide, se ne innamorò e, da quel momento, non ebbe attenzioni che per lei. Si premurava che non le mancassero vassoi colmi delle migliori pietanze e coppe d’oro piene di vino. Ma soprattutto le sorrideva, la dardeggiava con lo sguardo e scherzava con lei, incurante degli altri ospiti e di suo marito.
Gwrleis fu talmente infastidito dall’esplicito corteggiamento che il re faceva alla sua sposa, che si alzò da tavola e abbandonò platealmente la sala, senza salutare il sovrano.
Sconcertato, Uthyr mandò dodici uomini a richiamarlo. “Esigo che Gwrleis torni indietro a scusarsi. Se non obbedirà, lo priverò delle sue terre e del suo rango.”
Ma Gwrleis non volle saperne. “No! Ho subito io l’oltraggio più grave! Per Dio che ha creato la luce, non tornerò indietro, né chiederò perdono. Dite a re Uthyr che, se vuole parlarmi, mi troverà nella mia fortezza di Dinblod. Venga, e io gli darò l’accoglienza che merita!”
Irritato da questa riposta, Uthyr radunò l’esercito ed entrò in Cornyw.
Non disponendo di mezzi adeguati a contrastare l’attacco, Gwrleis si appellò a chiunque volesse aiutarlo a difendere i suoi diritti contro il re. E, poiché reputava fosse troppo pericoloso per Eigyr rimanere al suo fianco, la mise al sicuro nella fortezza di Tintagel, con un gran numero di guerrieri a difenderla. La donna restò sola tra quelle possenti mura, in pena per il marito e triste per i molti uomini che avrebbero trovato la morte a causa di quella sciocca contesa.
Gwrleis si ritirò a Dinblod, dove venne presto raggiunto dalle truppe di Uthyr. Per sette giorni il re assediò la fortezza, ma senza successo. Non faceva che pensare a Eigyr.
Chiamò il suo amico Ulffin, signore di Caer Sallawg, e così si confidò: “Aiutami, ti prego! La passione per Eigyr mi sta divorando a tal punto che, se non soddisferò il mio desiderio, morirò!”

“È davvero difficile consigliarti, sire. La fortezza di Tintagel, dove Gwrleis ha portato la sua sposa, si trova su una scogliera circondata dal mare e l’unico ingresso si apre su una stretta lingua di roccia. Se anche tu cercassi di espugnarla con tutte le truppe di Prydein, basterebbero tre uomini a difenderla.” Poi il volto di Ulffin si illuminò. “Tuttavia, potresti chiedere il parere di Myrddin, l’incantatore. Solo lui è in grado di aiutarti.”
Così venne convocato Myrddin. Egli già conosceva il motivo per cui Uthyr pretendeva il suo aiuto e, dentro di sé, disapprovava che avesse mandato a morire tanti uomini per soddisfare la propria lussuria.
Ma al tempo stesso, poiché i mille fili del destino non gli erano ignoti, sapeva che era necessario proseguire fino in fondo…
“Eigyr è la più fedele delle donne, e se anche tu conquistassi Tintagel, non avresti mai il suo amore” rispose l’incantatore, dopo aver ascoltato la richiesta del re. “Tuttavia potrei aiutarti ad avvicinarla con uno stratagemma. Opererò un incantesimo, in modo che tu assuma l’aspetto di Gwrleis. Poi renderò Ulffin identico al suo paggio Medaf, mentre io mi trasformerò in Brythael, suo siniscalco. Così camuffati, non avremo problemi ad entrare nella fortezza e tu potrai incontrare Eigyr. Tuttavia…”
“Sì?” domandò Uthyr.
“Mi accorderai qualunque cosa io ti chiederò, dopo che avrai soddisfatto il tuo desiderio” aggiunse Myrddin.
Il re non badò a tale richiesta, tutto preso dal pensiero che si sarebbe presto intrattenuto con Eigyr. E a sera, non appena si levò la nebbia, si incontrò con Myrddin e Ulffin.
L’incantatore sollevò la sua verga e tutti e tre mutarono fisionomia.
Poco dopo i loro destrieri galoppavano lungo la frastagliata scogliera. Giunti alle porte di Tintagel, i guardiani riconobbero Gwrleis e non esitarono ad alzare la sbarra.
Uthyr non ci pensò due volte: smontò da cavallo e raggiunse le stanze di Eigyr.
“Come mai sei qui, marito mio?” domandò la donna, meravigliata.
“Ho abbandonato la battaglia perché desideravo trascorrere la notte con te, la più cara tra le donne” rispose Uthyr, con la voce di Gwrleis. E in questa risposta, almeno, era sincero.
Mentre il re dava sfogo alla propria passione, le sue truppe, lasciate ad assediare la roccaforte di Dinblod, ne abbatterono le mura e nello scontro il vero Gwrleis cadde ucciso.
Albeggiava quando i soldati cornici giunsero a Tintagel, recando a Eigyr la notizia che il suo sposo era morto. Uthyr, che indugiava ancora tra le coltri in svaghi amorosi, si precipitò fuori dalla camera.
Figuratevi lo stupore dei soldati quando videro il loro signore, vivo e vegeto!
Una volta che costoro ebbero spiegato il motivo del loro sconcerto, Uthyr scoppiò a ridere. “Vi siete ingannati. Come vedete, non sono affatto morto! Mi rammarico, però, che la mia fortezza sia stata distrutta e i miei uomini uccisi. Ora c’è il rischio che il re di Prydein si diriga qui, pertanto credo sia più prudente andargli incontro e cercare di stringere un accordo con lui.”
Eigyr lasciò partire colui che credeva il suo sposo senza alcun sospetto. E quando, più tardi, i soldati condussero a Tintagel il corpo senza vita di Gwrleis, ella cadde in un pianto straziante.
Nel frattempo, Uthyr e i suoi compagni avevano cavalcato fino alle sponde di un ruscello. Myrddin lavò i loro volti, affinché riacquistassero le sembianze originali, quindi il re tornò al suo campo, dove i soldati lo informarono della morte di Gwrleis.
Ora che la passione era scemata, Uthyr si rese conto di non aver odiato il signore del Cornyw fino al punto da desiderarne la morte e, addolorato, si riunì con Ulffin e Myrddin per decidere il da farsi.
“Sire, poiché non puoi mutare il passato, dovrai offrire un risarcimento alla giovane vedova” disse Myrddin. “Prendila in moglie e abbi cura di lei. Ma non rivelarle mai cos’è accaduto questa notte.”
“Lo farò di buon grado” promise Uthyr.
“Ricorda inoltre che hai giurato di esaudire qualunque desiderio io ti avrei esposto” aggiunse l’incantatore.
“È vero” concesse il re.
“Ebbene, dovrai consegnarmi il bambino che è stato concepito questa notte.” Myrddin lo fissò, irremovibile. “E non dovrai rivelare a nessuno che si tratta di tuo figlio.”
Uthyr inspirò profondamente, colpito dalla richiesta. D’altronde aveva già un figlio, un giovane valoroso di nome Madawg, e la successione era assicurata. Che cosa gli importava di un bimbo di Eigyr, sul quale non avrebbe mai potuto dimostrare la paternità?
“E ora addio, sire” concluse Myrddin. “Non mi vedrai più prima che nasca tuo figlio.”

Priva di protezione dopo la morte del marito, Eigyr accettò di sposare Uthyr Penndragwn. Il matrimonio venne celebrato con un banchetto, e il re si riconciliò con i congiunti e gli alleati di Gwrleis. Poiché Uthyr non le rivelò mai quanto era avvenuto, la povera Eigyr si tormentava domandandosi chi fosse l’uomo che, con le sembianze del suo sposo, le aveva fatto visita in quella notte fatale. Ella, infatti, aveva scoperto di essere incinta ma era incapace di dire chi fosse il padre del nascituro, e la cosa la riempiva di vergogna.
“C’è solo una soluzione” disse Uthyr, conscio della terribile promessa fatto a Myrddin. “Partorirai in segreto, e il piccolo verrà cresciuto lontano da qui.”
Quando si compirono i giorni, Eigyr diede alla luce un maschio. Ligio alle istruzioni di Myrddin, Uthyr prese il neonato, lo avvolse in un panno e lo consegnò alla levatrice. “Va’ alle porte della fortezza, e affida questo bambino all’uomo che troverai ad aspettare.”
Senza comprendere la ragione di quell’ordine, la donna uscì dalla fortezza e vide nella penombra un vecchio mendicante. Senza una parola, l’uomo si impossessò del fagottello e scomparve nella nebbia.

E, se non basta a convincere gli appassionati, vorrà dire che ci dedicheremo alle barzellette.
Detto tra noi, ci stiamo già dedicando alle barzellette.
Ma questa è un'altra storia, della quale è meglio non sapere...

martedì 3 agosto 2010

Viaggio irreale nella Scandinavia vichinga - Incontro con la völva

Il terzo libro della serie Agenzia Senzatempo, Viaggio irreale nella Scandinavia vichinga, uscirà presumibilmente entro ottobre/novembre, per i tipi della casa editrice QuiEdit. I nostri intrepidi - o, per meglio dire, fin troppo trepidi - viaggiatori, immersi nella cruenta e poetica Norvegia medievale, subiranno il giudizio di fatali indovine e faranno la conoscenza con Snorri Sturluson, prima di ascendere lungo il ponte arcobaleno, diretti all'Ásgarðr, la rocca degli dèi...
Ma intanto, sperando di alimentare le spasmodiche attese dei nostri sedici lettori, ecco qui una scena tratta dal secondo capitolo, in anteprima mondiale assoluta...


Dopo un po’, si ritrovarono in un piazzale gremito di gente. Ovunque chiacchiere, sguardi accesi, risate. Su alcune tavolate erano stati disposti pezzi di carne, pagnotte, formaggi, da cui tutti attingevano, incuranti dei nugoli di mosche che vi ronzavano sopra. Gli edifici di legno erano piuttosto grandi, con l’erba che cresceva sugli spioventi dei tetti. Si udiva l’abbaiare dei cani, lo starnazzare delle oche, il nitrire dei pony nei recinti.
Rompini si guardò intorno. “Deve essere una specie di Festa dell’Unità. Vedrete che a sera verrà un’orchestrina e si ballerà il liscio. Chissà dov’è il carrozzone della zingara.”
“Stai parlando della völva, immagino” osservò Luciano.
“Sì, la fattucchiera che legge la mano. Proviamo a chiedere a qualcuno.”
“Ragioniere, siamo qui per cercare un passaggio, non per dedicarci alla chiromanzia” gli ricordò Gustav.
“Ma se è una veggente, saprà dirci dove trovare un ferry-boat.” Rompini venne distratto da un allegro vociare. “Guardate! Birra gratis!”
Presso un calderone schiumante due biondissime fanciulle distribuivano corni colmi di birra a chiunque si facesse avanti.
“Evaristo!” lo richiamò Pazienza.
“Quante storie. Un sorso di Tuborg non si nega a nessuno!” E Rompini partì, calamitato, in direzione della mescita. “Heilar, fögo meyjar!” disse alle fanciulle. “Þat myndi vera drykkr öls fyrir mik?" [Salve, belle fanciulle! Ci sarebbe un sorso di birra per me?]
En já, fitjungi! Hér þú fara horn!" [Ma sì, pancione! Ecco a te un corno!]
Le ragazze gli servirono un corno di uro, pieno fino all’orlo di birra schiumante, e due dolcissimi sorrisi.
Tutto pimpante, Rompini si spostò alla tavolata e agguantò un pezzo di pane, una cotoletta di maiale e una forma di cacio, tra lo stupore di un equipaggio vichingo. Gli dissero qualcosa, e il ragioniere, con il corno in una mano e le cibarie strette contro il petto, rispose a viva voce. I vichinghi dovettero trovar divertenti le sue parole, perché scoppiarono tutti a ridere.
“È incredibile come riesca ad essere subito simpatico!” esclamò Sofia.
“Già, ma non ci è di alcun aiuto” sospirò Gustav. “Non ci resta che trovare il proprietario di una nave e convincerlo a darci un passaggio.”
Luciano aveva l’aria preoccupata. “Le navi sono finanziate da società di mercanti e armatori, chiamati félagi. Dato che siamo a metà estate, la maggior parte delle imbarcazioni che si trovano ad Áróss sono di passaggio e sicuramente sono già state stivate con grossi carichi. Tuttavia, gli itinerari verranno discussi in questi giorni.”
“Non credevo fosse così complicato!” sbottò Latinis.
“Questa è gente pratica, professore, e difficilmente troveremo qualcuno disposto a salpare per la Svezia soltanto per farci un favore. Se siamo fortunati, ci vorranno dei giorni per lasciare il Danmörk…”
Latinis si trattenne a fatica. “Non mi importa di essere in perenne ritardo. Ma non voglio rimanere a lungo in questo posto puzzolente!”
“Il professore sta per perdere le staffe” sussurrò Gustav.
“Anche la moglie del ragioniere mi sembra indispettita.” Sofia parlava a bassa voce. “Guarda come lo sta osservando accigliata. Non gli perdonerà mai di averla portata in vacanza in un villaggio vichingo.”
I danesi erano alti e robusti, decisamente muscolosi, con facce arrossate dal sole. Temibili all’apparenza, avevano occhi chiari, trasparenti come quelli di un bambino. Gli uomini indossavano brache e camicioni, con bei mantelli gettati sulle possenti spalle. Portavano i capelli lunghi, la barba e i baffi ben sagomati. Le donne erano abbigliate con vesti colorate e fazzoletti sul capo. I bambini, sommariamente vestiti, correvano qua e là, tra oche e cani, divertendosi un mondo.
Rompini si avvicinò reggendo il corno in una mano e nell’altra una pagnotta imbottita. “Se vi affrettate, è rimasto ancora del maiale. La birra però non ve la consiglio. È annacquata, sgasata, con un fondo alto un dito. E poi dicono le cervoge danesi! Ma la sete è sete!”
“Evaristo! Stiamo cercando di uscire da una brutta situazione e tu non fai che ingozzarti!” lo rimproverò Pazienza.
“Oh, non preoccuparti, moglie! Finché c’è porchetta c’è speranza!”
“Io non ho alcuna voglia di rimanere in questo posto, vestita come una regina longobarda!”
“Ma se stai benissimo!” Rompini ingollò la pagnotta e diede fondo al corno. Si pulì la bocca passandovi davanti tutta l’estensione del braccio. “Che succede, lì? Forse c’è lo stand dei tappi…”
I presenti si affollavano davanti a un edificio poco più grande degli altri. Era difficile vedere cosa stesse accadendo, tanto la folla era compatta.
Luciano sollevò i sopraccigli. “Deve esserci la völva.”
“Dài, Pazienza, andiamo a vedere la zingara. Largo!”
Rompini s’insinuò a spallate tra la folla, aprendo un varco affinché gli altri potessero seguirlo. Ai piedi dell’edificio, assisa su uno sgabello, stava la veggente. Sedeva col busto rigido e il capo eretto, i capelli color cenere circondati da una fascia. Impugnava una verga sulla quale era impilato un cranio di cavallo, e indossava una lunga veste, grigia come i suoi occhi.
La folla la circondava in semicerchio. A tratti, qualcuno si faceva avanti e, dopo aver deposto un piccolo dono ai suoi piedi, la interrogava. La donna chinava il capo e attendeva lunghi istanti prima di rispondere, con voce roca. Chi si allontanava lieto e sereno, chi un po’ turbato, ma nessuno sembrava insoddisfatto. Un mercante si mise a ridere, felice, e se ne andò a lunghi passi. Un altro, più magro, scosse il capo, come se il giudizio non fosse stato di suo gradimento. Ma la maggior parte dei postulanti accettava il responso, qualunque esso fosse, rizzando le spalle con virile fatalismo.
“A dirla tutta, mi intimorisce un po’” sussurrò Sofia.
“Ragioniere, perché non le chiede se…” iniziò Gustav, e subito fece cadere la domanda, accorgendosi che la veggente li aveva notati.
La donna stava col capo ritto, voltato verso di loro. Il suo sguardo inquadrò Pazienza e Rompini, e si distese. Si posò sul professore, e si accigliò. Indugiò su Sofia, come se cercasse di mettere a fuoco un dettaglio indefinibile. Veleggiò quindi su Gustav, e qualcosa parve rasserenarla.
I viaggiatori affrontarono quell’esame rigidi e immobili.
“Chi siete voi, che non appartenete al mondo?” La veggente parlò con voce morbida. “Riconosco gli abiti, ma non i volti e gli sguardi.”
Sofia sussultò, stupita della naturalezza con cui la donna aveva spezzato la barriera linguistica.
“Noi siamo viaggiatori dell’irrealtà, signora.” Gustav fu il primo a ritrovare la parola, e il suo tono era colmo di rispetto.
“Voi dunque percorrete strade che il mondo non contiene.” Scrollò il capo. “Anch’io percorro i sentieri irreali.”
“Davvero?” si stupì Sofia. “Ma tu chi sei?”
“Ero una fanciulla, un tempo, e sedevo sulla porta della mia dimora” fu l’enigmatica risposta della völva. “Giunse a me un uomo e fissò il suo unico occhio nei miei. Ero giovane, e osai irriderlo. «So tutto di te, Oðinn! So dove nascondesti il tuo occhio, nella sorgente di Mímir!» Egli mi donò anelli e collane, e la verga della profezia.” Sollevò il suo bastone. “Divenni una völva, e il mio sguardo iniziò a spingersi lontano. Dal recinto degli uomini, si leva con ali d’aquila e vola ai confini del mondo, nel gelo dove dimorano i giganti. Scende alle radici del grande frassino, tra le nebbie della casa dei morti, e poi s’innalza oltre l’arcobaleno, al regno degli dèi. Dagli inizi, in cui la terra usciva dalla sua fucina di fuoco e di ghiaccio, si spinge al tramonto del tempo, quando il mondo arderà e gli dèi cadranno!”
“Il fato è dunque sotto la radice della tua lingua?” si fece avanti Luciano.
Qualcosa nello sguardo della donna si accese di luce allarmata. “È inutile che io ti riveli ciò che non capiresti.”
“Altro non potevo aspettarmi da una strega!”
“Allora non farmi domande e volgi il tuo malanimo altrove.”
La völva scivolò dallo sgabello e s’inginocchiò a terra. Trasse un sacchetto di pelle dalla cintura, vi infilò la mano e sparse sul panno bianco steso davanti a lei delle pietruzze levigate, piccoli ciottoli raccolti sul greto di un fiume, su cui erano incisi dei segni angolati, dipinti di nero o di rosso. Abbassò la mano e cominciò a mescolarli con movimenti sapienti delle dita.
Gustav si chinanò verso l’orecchio di Sofia. “Rune. L’alfabeto magico dei Germani. La völva sta eseguendo una divinazione.”
Latinis sbuffò. “Tacito accenna a queste pratiche e, per quanto mi riguarda, non sono affatto curioso di apprendere oltre…”
“Fa’ silenzio, uomo di Roma!” gridò la völva, sollevando di scatto il capo. “Non essere fiero del tuo sapere congelato, tu che procedi senza concessioni e ripensamenti!”
Tanta veemenza ebbe, incredibilmente, l’effetto di zittire il vecchio professore. La veggente tornò a fissare davanti a sé.
“Rune di fuoco e gelo danzano sulla punta delle mie dita, i Nove Mondi volano nel mio sguardo e le Nornir tessono i fili del fato.” La donna scelse una runa, poi una seconda, poi una terza, e le mise in fila davanti a sé.
Reið, áss, dagr” compitò, sfiorando i tre simboli con l’unghia.
Raccolse una per una le tre pietruzze e, levatasi in piedi, lasciò scivolare il suo sguardo su Virgilio. “Reið, che sovrintende ai viaggi, siano spostamenti di uomini e merci attraverso le polverose strade della terra o cavalcate irreali compiute in spirito e sogni.” Gli pose la pietruzza sul palmo della mano e gli richiuse le dita. “Le strade dell’irrealtà si schiuderanno sempre davanti al tuo cocchio, o viaggiatore senza tempo.”
“Grazie.” Virgilio arrossì come uno scolaretto. “È un ottimo auspicio.”
La völva mostrò la seconda pietruzza.
Áss, la runa divina… ironia o destino?” Agguantò la mano di Luciano e il giovane sussultò sentendola ardere nel suo palmo. “Il mondo è il tempo degli uomini e ogni essere ha il proprio destino ineluttabile. Per quanto atroce, la legge di Urðr s’impone anche agli dèi. Non si può sfuggire al fato, ma solo affrontarlo. A testa alta e senza rimpianti, virilmente e nobilmente.”
“In quanto a questo, vedremo!” scattò Luciano.
La völva si staccò da lui e sollevò la terza pietruzza. “Dalle fredde origini del mondo al rovente incendio che lo ridurrà in cenere. Ma dagr è anche l’alba che spazza via la notte, è il passaggio e la trasformazione. È il fuoco che distrugge e il fuoco che crea, due aspetti dello stesso elemento.” Il suo sguardo si addolcì, quando incontrò quello di Sofia. “Tu ed io, fanciulla, attingiamo alla stessa sorgente, abbiamo gli stessi occhi.”
Si scostò e Sofia batté le palpebre. Aprì la mano e vi trovò, nel palmo, la terza e ultima pietruzza.
“Non capisco perché veggenti, indovini e profeti debbano sempre parlare per enigmi” commentò acre Latinis.
“Allora tu sappi, uomo di Roma, e il mio non è certo un enigma, che io sarò la tua ombra!” esclamò la donna. “Mi rivedrai, al mio tumulo sepolcrale, quando il mondo sarà giunto alla fine e il fuoco arriverà fino al cielo!” Si coprì il volto, con un gesto violento. “E ora andate! Via!”