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sabato 22 dicembre 2012

"Mr. Smith". L'autore, il libro

L'autore

Dario Giansanti è nato a Viterbo, dove tuttora vive, il 12 febbraio del 1967. Era l'epoca in cui il boom economico si stava spegnendo insieme alle illusioni di un'intera generazione, mentre le prime contestazioni cominciavano a scuotere il mondo. Gli uomini si facevano crescere le basette, le donne accorciavano le gonne. I figli dei fiori predicavano gioie psichedeliche e libero amore. I Beatles erano all'apice della loro carriera. Il grande Kubrick lanciava il suo capolavoro. In TV venivano mandati in onda gli episodi di Star Trek e intanto gli astronauti passeggiavano davvero sulla Luna!
Non dice mai parolacce, Dario Giansanti. È melanconico, logorroico, insicuro, sbadato, distratto, timido, goffo, trasandato, pettegolo, polemico e noioso, almeno a detta dei suoi migliori amici (figuriamoci gli altri!). È essenziale nel vestire, addirittura senza stile: non porta nemmeno l'orologio. Tira battute che capisce solo lui, lasciando tutti quanti imbarazzati e perplessi. Gli amici li sceglie tra chi ha una scintilla di follia nello sguardo. Porta una barbetta mal sagomata, che sistema una volta al mese, ma non è una regola. È casalingo e pantofolaio, ama gli agi e le coccole ed è pigrissimo. La cosa che sa fare meglio, però, è perder tempo.
Legge di tutto: dai drammi elisabettiani alla poesia mistica musulmana, dai minnesingheri ai feuilleton ottocenteschi, dai diari delle dame di corte giapponesi ai più attuale romanzi postmoderni. Una volta leggeva tantissima fantascienza, interesse che continua a coltivare ancora oggi, anche se ne è raramente soddisfatto. Ciò che ama sopra ogni cosa, però, sono le leggende e i poemi epici di ogni tempo e paese. Vive nelle cosmogonie babilonesi, nei poemi greci, nelle cupe saghe nordiche, nelle fantasiose razzie irlandesi, nella magica epica finnica, nei cicli cavallereschi, nelle immense epopee indiane e persiane, tra i miti dell'estremo oriente e della Polinesia. Una piccola parte di questo materiale sta confluendo, con molta lentezza, nel sito Bifröst, da lui creato, che segue e cura personalmente, insieme a un pugno di agguerriti collaboratori.



Il libro

D: Tu sei il primo vincitore della prima edizione del Premio Maledizioni: te lo aspettavi?

R: Assolutamente no, anche visto il cospicuo numero di opere giunte in redazione. Degli altri partecipanti conosco personalmente soltanto Daniele Bello, che è riuscito lo stesso a strappare un contratto per il suo ottimo romanzo Hoenir il druido. Sono comunque onorato di aver aperto la serie dei vincitori dell’ambito riconoscimento.

D: Cosa pensi di questa iniziativa?

R: Un premio letterario è sempre un'ottima vetrina, sia per lo scrittore professionale, sia per l'esordiente. Nel caso del Premio Maledizioni vi erano poi due altre ottime ragioni per partecipare. La prima, naturalmente, è che Fabio Larcher, direttore della PerSempre, è uno dei più attenti conoscitori italiani di letteratura fantastica, lui stesso autore fantasy piuttosto apprezzato. Si può dunque star certi della professionalità nella valutazione delle opere. La seconda ragione è che, in luogo di un’arida tassa di iscrizione, la PerSempre chiede simpaticamente l’acquisto di un libro dal proprio catalogo: proposta irresistibile per un vorace lettore come me, che ne avrebbe acquistati indipendentemente dal concorso.

D: Mr. Smith va in vacanza è certamente un libro “atipico”, nel quale, spesso, le apparenze ingannano... a cominciare dal sottotitolo che classifica il romanzo come un “omaggio a Robert Sheckley” e dalla tua postfazione che lo “riduce” addirittura a un centone di citazioni sheckleyane. Modestia o è sfuggito qualcosa al nostro comitato di lettura? Quanto di originale e quanto di “plagiato” c'è nel tuo romanzo?

R: Come fa notare giustamente Umberto Eco, i libri si parlano tra loro. La prima stesura di Mr. Smith è stata scritta in un’epoca in cui non disdegnavo di citofagare e centrifugare le opere dei miei autori preferiti, e il grande Robert Sheckley era uno di questi. Qualsiasi scrittore sa bene quanto tutto ciò faccia parte del gioco letterario (e si pensi per esempio ai bellissimi pastiches di Philip José Farmer). A livello formale, possiamo considerare Mr. Smith come un’espansione di un semiobliato racconto di Sheckley, Viaggio organizzato, presente nell’ormai storica antologia Giardiniere di uomini (Urania 604). Ma al di là delle citazioni, che attingono un po’ a tutta l’opera sheckleyana, rimane il fatto che il romanzo alla fine esprime soprattutto il mio gusto e le mie idee.

D: Dalla lettura di Mr. Smith va in vacanza si evince che sei (oltre che un bravo scrittore) un lettore vorace e attento. Raccontaci com'è nata la scintilla che poi è esplosa nella realizzazione di questo romanzo stravagante ma assolutamente godibile.

R: Nessuna scintilla! Il romanzo prese vita in maniera assolutamente casuale, infilando un foglio di carta nel rullo della macchina da scrivere e procedendo per puro accumulo di situazioni. So che può sembrare un modo assai poco professionale di lavorare, ma Mr. Smith era una cosa scritta per mio divertimento. Qualche anno dopo, ritrovandomi tra le mani una bel po’ di cartelle incentrate sulle avventure terrestri di questo svampito turista alieno, capii che potevo anche trarne qualcosa di buono. Ho riscritto il romanzo almeno dieci volte, nel corso degli anni, conferendogli pian piano una sua logica e una sua filosofia, per quanto folli. In Mr. Smith c'è quello che potremmo chiamare un equilibrio tra fulminea intuizione e lunga, lenta meditazione. Scusate se è poco.

D: Perché Mr. Smith va in vacanza dovrebbe piacere ai lettori, secondo te? Quali sono i suoi punti di forza nelle intenzioni dell'autore? Magari, come succede spesso, non saranno gli stessi che hanno condotto la giuria a premiare il tuo romanzo e neppure gli stessi che faranno presa sui lettori.

R: Chi ha letto Mr. Smith ha trovato le ragioni più diverse per farselo piacere (o per detestarlo). 

D: Nel tuo romanzo metti in campo una miriade di punti di vista, ma tu, Dario Giansanti, hai un tuo “punto di vista”? Hai pensato a un messaggio da lanciare attraverso il nostro caro signor Smith? Oppure il tutto si riduce al puro divertimento colto e che ognuno trovi il messaggio che più gli garba?

R: La cruda verità è che sono io stesso una specie di omino caduto dalla luna, parecchio fuori posto nel normale contesto umano. Mi trovo a osservare il mondo da una distanza incommensurabile, e vedo intorno a me esseri che si agitano senza nesso o ragione, parlano a vanvera, e inseguono valori costruiti a tavolino. Raramente trovo dell’autentica comunicazione. Smith vede gli esseri umani muoversi come automatismi privi di raziocinio; mette in piedi un Ufficio privo di qualsiasi funzione; è circondato da gente completamente incapace di identificarsi con qualcosa di diverso dal proprio ruolo precostituito. In questo romanzo c’è tutto il mio disagio, una rabbia autentica, un vero e proprio senso di ribellione. Quando, a metà libro, Smith diviene un “terrestre” a tutti gli effetti, buon marito e buon padre, è perché si è identificato con un modello imposto dall'esterno. Eppure, per un po’ di tempo, lui è felice.

D: In effetti, Mr. Smith gioca parecchio sul senso del “ruolo”, sul concetto di essere o soltanto apparire. Il protagonista ha acquistato la propria identità di Modesto Ragioniere, ma ha altre identità di scorta, e comunque si limita spesso a simulare i propri comportamenti. 

R: È un argomento complesso, e se qualcuno vuol parlare delle Macchine di Touring, si accomodi. “Caro, fai uscire il cane-robot, non senti che si lamenta?” “Non c’è bisogno, tesoro, sta solo simulando.” Così come Smith non comprende la differenza tra l’amare o il credere di amare, tra un sogno autentico e un surrogato di sogno. A chi mi chiedeva del mio lavoro, una volta rispondevo: “Non sono un libraio, faccio il libraio”. Una differenza sostanziale. Almeno per me.

D: Domanda di rito: hai altri progetti nel cassetto? Cosa dobbiamo aspettarci dal futuro (se mai la profezia Maya ci concede un futuro)?

R: Stiamo a vedere. Buona parte del mio lavoro, al momento, è dedicato alla mitologia. In breve dovrà anche partire la collana ufficiale del Progetto Bifröst, e sono entusiasta di imbarcarmi in questa nuova avventura. Infine, Claudia Maschio e io riprenderemo presto il fortunato ciclo Agenzia Senzatempo.

D: Bene, ti ringraziamo per averci concesso questa bella intervista. E' sempre un piacere scambiare quattro chiacchiere con un tizio eccentrico come te. Buona lettura a tutti!

R: Eccentrico io? Come se gli altri fossero normali… È stato un piacere anche per me. Per il resto, mi auguro che Mr. Smith regali ai suoi lettori quelle due o tre ore di sano divertimento. È il migliore augurio che posso fare al mio libro e a coloro che lo leggeranno.


Intervista a cura di Francesco Sperelli





Dario Giansanti
Mr. Smith va in vacanza
Edizioni PerSempre
ISBN 9788888583389
Pagg. 211, € 12,00.

Potete trovare il libro nelle migliori librerie, su Ibs, ma più facilmente sul sito Edizioni PerSempre, a questo link

martedì 18 dicembre 2012

E sopra splendeva un cielo stellato

Un romanzo ironico, in un mondo dove è stato dimostrato che Dio non esiste e dove i protagonisti si trovano nella difficile situazione di dover ripensare all'etica partendo dal "basso", con gli inevitabili pasticci che ne conseguono.
Né il commercio di sensi di colpa del Fratello, né quello di coscienze di Immanuel sono sufficienti a risolvere il problema. Anzi, sembra che le cose siano destinate a ingarbugliarsi sempre più.
Sarà nel ricordo del suo amore per Samantha e negli oggetti – il Vocabolario saccente, il Bar Spo(r)t e la Strada – che Immanuel troverà dei preziosi interlocutori, spesso in grado di risolvere con immediata saggezza i quesiti più ingombranti di un'umanità che sembra destinata ad andare alla deriva.




RECENSIONE

Romanzo surreale, com’è nelle corde della sua autrice, ma interiorizzato e ricco di sfumature, dove non solo gli esseri umani, ma anche gli oggetti hanno una voce e una personalità, e contribuiscono a fornire interessanti chiavi di lettura; un romanzo fiabesco, ma che, nei tormentosi dubbi del protagonista Immanuel (nome non certo scelto a caso), ci conduce attraverso le asperità di una ricerca etica tanto estenuante quanto sincera.
Le nostre azioni richiedono una responsabilità personale, diretta; e non mediata da valori morali o religiosi ereditati passivamente. Claudia Maschio vuole che la ricerca di Immanuel parta da zero, e perciò impone, al suo mondo letterario, una premessa tanto semplice quanto tremenda: Dio non esiste. Proprio così. Avete letto bene. È l’irrefutabile, inconfutabile dimostrazione con cui deve fare i conti l’umanità descritta in E sopra splendeva un cielo stellato. Senza una morale imposta dall’Alto, su cosa basare, allora, le norme di un comportamento etico? La nostra umana ragione basta a dirci cosa sia giusto e cosa sbagliato?
Al di là delle mille delizie dell’intreccio, oltre il divertimento, oltre le idee che si succedono vivide come un gioco di arcobaleni, ciò che rimane al lettore è soprattutto la cupa visione di un’umanità disorientata, sconfitta. Un’umanità che, infrante le tradizionali “verità”, si scopre incapace di costruire da sé nuove norme di comportamento. Gli sprezzanti palliativi offerti da Immanuel e dal Fratello, che si mettono a vendere coscienze e sensi di colpa a un pubblico affamato di facili dogmi, suonano ai nostri orecchi quasi come una beffa. Solo il ricordo dell’amore di Immanuel per Samantha, esasperato nella nostalgia e nel rimpianto, continua a mantenere intatti i suoi ideali. L’amore – sembra dirci Immanuel – è l’unica “metafisica” ancora possibile, in un mondo privo di Dio.
Siamo di fronte a un conte philosophique, dunque, e a ben ragione, dato che è proprio la protagonista Samantha – evidente alter ego dell’autrice – a dichiarare che i più grandi filosofi sono proprio i romanzieri. Definizione che mi trova perfettamente d’accordo.

Oliviero Canetti

Visto il tema, un ottimo regalo, adattissimo al Natale!
Potete trovarlo nelle migliori librerie, on line, ma più facilmente sul sito di Edizioni PerSempre, a questo link.

Claudia Maschio
E sopra splendeva un cielo stellato
Edizioni PerSempre
Novembre, 2012
ISBN 9788888583396
Pagg. 164, prezzo € 10,00.


giovedì 16 febbraio 2012

A due passi dalla morte del sole


Il musical, che andrà per la prima volta in scena domenica 19 febbraio alle 21.00 presso il teatro Parrocchiale di Bussolengo (Verona) narra le peripezie di un cinquantenne, Giuliano Montechiaro, che ha vissuto un momento di ottimismo (per quanto illusorio) all'inizio degli anni Ottanta, ed oggi si ritrova a dover ricostruire i capisaldi della propria esistenza per sfuggire all'insensatezza dilagante.
Tra le tematiche affrontate, la fragilità dei rapporti umani e, soprattutto, l'incertezza rappresentata dal futuro, soprattutto in relazione alla nostra incapacità etica di salvaguardare la terra da una morte anticipata. Il sole smetterà di splendere tra cinque miliardi di anni, ma per allora ci sarà ancora un'umanità?

Il testo della sceneggiatura, pubblicato da QuiEdit, è disponibile al pubblico.
Prezzo di copertina euro 8.

domenica 6 febbraio 2011

Nel segno del martello


La fantascienza è di sinistra, la fantasy di destra…

Come ribattere a questa affermazione? I romanzi fantasy sono tradizionalisti: ritornano a cercare le nostre radici mitologiche e leggendarie. I romanzi di fantascienza sono rivoluzionari: rompono con il presente e si lanciano a indagare le nostre possibilità future.
È un vecchio clichè a cui io stesso ho più volte aderito, quando cercavo di definire i due generi a colpi d'accetta.

La realtà tuttavia è assai più sfumata e spesso la maggior parte degli autori, dell'uno o dell'altro genere, non si lascia collocare così facilmente in un campo o nell'altro.
Infatti, Poul Anderson è uno scrittore di fantascienza, ma è di destra. E Michael Moorcock è un scrittore fantasy, ma è di sinistra.
Il ché non significa che un lettore, qualunque sia il suo schieramento politico, non possa apprezzarli entrambi per i loro meriti letterari…

E così Nel segno del martello non è soltanto un fantasy assai ben scritto, ingegnoso e originalissimo, ma è soprattutto un fantasy più a sinistra che a sinistra non si può.
Il suo autore, Giacomo Scalfari, che è dottore in lettere classiche, riesce a coniugare l'impegno politico con l'amore per la mitologia norrena e, non per nulla, si definisce RomantiComunista. E se credete che Scalfari avverta questa sua convergenza di passioni come contraddittoria, allora non avete capito nulla di lui.
Se volete conoscerlo meglio, potete andare al suo blog, La scarpa di Víðarr.

RomantiComunista è anche Carlo Tamburini, in arte Karlo, il protagonista di questo romanzo, giovane studente universitario con la passione dell'hard rock, che si trova a dover affrontare una missione per conto delle divinità nordiche: dovrà trovare l'Anti-Yggdrasill, il falso pilastro dell'universo, e abbatterlo per la salvezza dell'equilibrio cosmico.
E teatro di questo dramma non è un qualche remoto mondo fantasy, ma la città di Bologna, la cui topografia – con le dodici porte, l'intreccio di vie, le chiese, le torri – assume aspetti cosmologici, collegando tra loro (e dunque con noi) i Nove Mondi del mito norreno.
È dunque in un mondo quotidiano, ma allo stesso tempo sottilmente alterato, che Karlo cerca di portare avanti la sua missione, che è mitologica e ideologica insieme.
Il dio Thor, in jeans e motocicletta, lo sostiene sia dal punto di vista politico (gli dèi, se non lo sapete, sono impegnati nel Socialismo Cosmico), sia, se è il caso, a colpi di martello, arma quanto mai proletaria. Le vie di Bologna, i suoi pub, i suoi ritrovi studenteschi, si animano di battaglie contro giganti mascherati da attivisti di destra, troll cyberpunk ed elfi neri in giacca e cravatta.

Le forze del male assumono, in questa versione bolognese del Crepuscolo degli Dèi, i volti sinistri dei Poteri Forti che da sempre controllano la nostra politica e la nostra economia. Chiedersi se dietro l'Uomo con i Soldi, l'Uomo della Mafia o l'Uomo del Vaticano vi siano dei personaggi precisi è fuorviante: il romanzo di Scalfari non fa facile satira. Essi sono, e giustamente, dei puri archetipi, personaggi altrettanto mitologici delle divinità norrene.
Loki è ovviamente il loro principale alleato, mentre Odino – così come tanti politici che ben conosciamo – gioca le carte della Realpolitik, mai del tutto schierato da una parte o dall'altra.
I Vanir, da parte loro, seguono disegni segreti, e la bella Freda insegnerà a Karlo che la vita può celare misteri ancora più grandi e profondi...

Ma questo Ragnarök ha anche una data precisa, e a svelarla sarà la Völva, la mitica veggente, la quale chiede l'elemosina sotto i portici di Via del Carro: il 24 marzo del '94, giorno del comizio elettorale di Gianfranco Fini. E per vincere, Karlo dovrà riuscire davvero a mettere, e in senso non metaforico ma letterale, l'immaginazione al potere.
Non aggiungiamo altro, tranne che il romanzo corre alla velocità della luce verso un finale raffinatissimo e anti-epico, che ricorda il migliore Poul Anderson. Autore di destra, ma molto amato – a dispetto delle nostre idee politiche – da Scalfari e dal sottoscritto.

Ed. Montag, 2010.
€ 15.00

sabato 20 novembre 2010

Attenti a quei due!

Commento alla presentazione del romanzo Viaggio irreale nella Britannia di Merlino e Artù, alla libreria Paginadodici, il 19 novembre 2010.

Gli scrittori li trovo patetici, quando si atteggiano a intellettuali. Questo accade immancabilmente alle presentazioni dei loro libri. Si tirano a lucido, si gonfiano d'importanza, cianciano per ore di fronte allo sventurato pubblico.
E parlano di sé stessi, non dei loro libri!
Io, che dal mio eremo di cultura prendo assai di rado – e con dolore – commiato, ho dovuto compiere un innaturale sforzo su me stesso, prima di decidermi (o dovrei dire "rassegnarmi") a far cantare i piedi verso quel di Verona, in uno dei suoi angoli più reconditi: Corte Sgarzerie, dove si ubica la libreria Paginadodici.
Una volta lì, mi sono sentito – almeno sulle prime – come un bicchiere di latte in un'osteria. Intendiamoci, non ho nulla contro le osterie. Sono le osterie che hanno qualcosa contro il latte.
E Paginadodici è veramente ricca e ben fornita, tanto che avrei preferito restare al primo piano, dove sono esposte appetitose opere letterarie, anziché scendere nella fossa dei leoni, ossia al sottopiano della libreria stessa, laddove la sprizzante Claudia Maschio e il barbuto Dario Giansanti presentavano Agenzia Senzatempo - Viaggio irreale nella Britannia di Merlino e Artù.
La mia ritrosia, in questa sofferta catabasi, è andata dileguandosi, quando mi sono ritrovato in un'atmosfera intima e assai poco affollata, in cui i due autori sembravano sinceri.
Sì, sinceri.
Perché non erano preoccupati di vantare i pregi del loro romanzo. Un fantasy che ha il merito di non adescare il lettore con mondi inventati ex novo, bensì di proporgli una fedele ricostruzione di scenari mitologici ignoti ai più, amorevolmente ricostruiti a partire dai testi originali.
Un fantasy distante anni-luce dai modelli standardizzati del genere, che sono viziati dalla pigrizia intellettuale dell'abbandonarsi al facilmente fruibile, al poco impegnato, a ciò che non lascia traccia e, per questo, più digeribile, in un'epoca dove tutto viene buttato giù con estrema superficialità.
Il pubblico sembrava quasi ipnotizzato dall'agile e simpatica esposizione, anche se gli autori hanno minimizzato sostenendo che fosse composto per una buona metà da parenti, amici e conoscenti.
Ma hanno minimizzato, per l'appunto.
In realtà, Dario e Claudia ci hanno intrattenuto, spaziando tra resoconti sui simpatici personaggi dell'Agenzia Senzatempo e riflessioni sulle difficoltà di ricostruzione filologica delle leggende brittoniche, senza risparmiarsi gaffe e scenette comiche, che hanno prodotto, come effetto, il vendere meno della metà dei libri previsti dal Market Publishing-Researcher della QuiEdit.
Ma non è dei soldi, che si preoccupano quei due. E questo dovrebbe smuovere in senso positivo chi li legge: attenti a quei due! Non vi stanno prendendo in giro, come fanno quasi tutti!
Claudia e Dario scrivono con amore e con onestà. Onestà: una parola che ancora compare nei vocabolari, ma ritenuta arcaica e di dubbio significato, giacché pochi comprendono come e in che modo possa applicarsi nella pratica. Come una puntina per far suonare un disco in vinile in un'epoca in cui tutti usano i cd e i dvd.
"A cosa serve?"
Ecco, per l'onestà intellettuale è un po' la stessa cosa.
Ma non voglio rattristarvi con riflessioni profonde, anche quelle sono fuori moda come le puntine per i dischi in vinile.
Torniamo al sottopiano della libreria Paginadodici.
La presentazione del romanzo è stata accattivante, anche grazie al contributo di Clara e Elio Lioce, che si sono prestati a recitare una delle leggende narrate nel libro, con grande apprezzamento del pubblico, stanti le loro giovani età. Ma anche l'editrice Lara Saccalani e l'illustratrice Licia Massella hanno dato il loro prezioso apporto alla riuscita della serata.
A fine è stato offerto un aperitivo, con olive, patatine, rustici e pregiate bottiglie messe a disposizione da una nota cantina vinicola veronese. Per quanto mi riguarda, la cosa non aveva alcuna necessità di essere, perché avevo fatto man bassa degli stuzzichini migliori e di alcuni bicchieri di vino mentre Claudia e Dario parlavano e nessuno badava a me...
Così, mi sono eclissato, senza salutare nessuno. Ma con la certezza di aver preso due piccioni con una fava: un graditissimo approfondimento letterario e un altro genere di degustazione, meno intellettuale, ma ugualmente culturale.
Ah, cosa penso del libro scritto da Claudia e Dario? Solo una cosa: avete presente la Sacher Torte?
Ecco, non leggetelo e continuerete a farvi del male!

mercoledì 20 ottobre 2010

L'"Orazio" di Heiner Müller portato in scena a San Pietro in Cariano (VR)

Titolo originale: Der Horatier.
Prima rappresentazione assoluta: Berlino, Schiller Theater, I° marzo 1973.



Domenica 17 ottobre, ho assistito al monologo L’Orazio testo scritto negli anni Settanta da Heiner Müller, uno dei massimi drammaturghi del Novecento, insieme a Brecht, Pirandello, Beckett e Ionesco.
L’Orazio risulta di un’attualità fin sconvolgente e, in attesa che Leonardo Franceschetti e Maurizio Zanolli replichino questo splendido monologo, mi sono sentita in dovere di scrivere un breve articolo di commento, nella speranza di invogliare quante più persone, specie i giovani, ad andarlo a vedere.
E perché non approfittare della disponibilità di questi eclettici artisti veronesi al fine di proporre il monologo nelle scuole superiori di Verona? Potrebbe essere un ottimo punto di partenza per una riflessione sul mondo in cui viviamo, di poco cambiato rispetto a quarant’anni fa, sotto il profilo della confusione etica.

L'ORAZIO

"Ogni volta che pronunciamo una parola,
inconsapevoli, creiamo un mondo."

Gilberto Fulgenzi
Cosmogonie indolenti, e altri fiatlux (1971)

Entrare, quasi al buio, in una soffitta e prendere posto su delle seggiole mentre lo spettacolo è già iniziato.
In sottofondo, Daniele Silvestri canta Il mio nemico.
Un uomo sta in ginocchio davanti a una ventina di quotidiani, tutti comprati il giorno stesso, e li scruta, uno ad uno, senza capire che contenuto stia dietro a tutte quelle parole messe insieme secondo un criterio sfuggente, volutamente incomprensibile.
È la storia di oggi. L’informazione frammentaria, depistante, centrifugata e passata al frullatore, senza più amore nell’utilizzo delle parole, abbandonata ai facili cliché, alla ricerca dello slogan.
Sedere sulle seggiole e guardare l’uomo che, disorientato, appende delle pagine, prese a caso dal mucchio, a un muro invisibile.
Le parole hanno perso il loro senso, non è più possibile decifrare quale sia il messaggio che stanno veicolando.
Le parole sono state uccise.
L’uomo prova una rabbia incontenibile e toglie dal muro tutte le informazioni finte, fuorvianti, che aveva raccolto con tanta pazienza.
Pazienza che ora gli sembra solo ingenuità.
E questo suo gesto apre uno squarcio nel passato.
Sulle seggiole non si è più tranquilli, perché qualcosa ha spezzato la barriera tra attore e pubblico, tra detto e non detto, ma anche tra presente e passato.
Ed è proprio in questo momento che il passato irrompe, riprendendo con la furia ironica di Heiner Müller la vicenda degli Orazi e dei Curiazi raccontata da Livio.
Non identica, anzi, ben diversa, con una serie di implicazioni impreviste, che colpiscono non già per le libertà prese rispetto al resoconto del celebre annalista, quanto per la marcata volontà di dire… altro.
L’Orazio è solo.
Non ci sono i due fratelli.
È l’unico a combattere per Roma.
Ed a lui è affidato tutto il dramma e pure il dilemma etico di cui neppure si accorge. Saranno gli altri a viverlo. Lui si muove secondo un cieco credere in una verità non discussa: Roma viene prima di tutto.
Io sono il signore tuo dio, tu non avrai altro dio al di sopra di me.
Orazio vede Roma né più né meno che così. Come un valore indotto a cui prestare fede, dedizione, se necessario anche la vita.
Essere seduti sulle seggiole e vedere un uomo che dipinge su dei pannelli la storia di Orazio, il suo ineludibile destino che lo costringe ad essere sia un eroe sia un assassino, ed ascoltare la stessa storia, ma recitata, raccontata a parole, porta a dover focalizzare il tutto con due sensi diversi, combinati in stereofonia.
Udito e percezione visiva si fondono, divengono una sola cosa.
Il cinema, soprattutto quando ricorre agli effetti speciali, non riesce a produrre uno sconvolgimento simile.
Ma l’Orazio proposto da Leonardo Franceschetti, Maurizio Zanolli e Alessandro Bonesini sì. Perché è capace di far emergere una consapevolezza che vive, vibra, si fa parola, musica, disegno, luce ed ombra.
Essere seduti su quelle seggiole vuol dire diventare parte di uno spettacolo che è vita vera, che travolge e incanta.
Orazio è l’eroe che decreta la sconfitta dei nemici di Roma, i Curiazi di Alba. Ma uno di loro, quello che lui stesso ha ucciso, era fidanzato con la sorella di Orazio. Ed egli, di ritorno vincitore, non sopporta le sue lacrime. Così le trafigge il petto con la stessa spada con cui aveva dato la morte al suo amato.

Adesso va da lui, che ami più di Roma. E questo accada a ogni donna romana che pianga il nemico.

Da qui il dilemma, reso sottilmente linguistico da Müller: Orazio è un eroe o un assassino?
Se è un eroe, dovremmo porgli l’alloro sul capo, se è un assassino, giustiziarlo. Ma Orazio può essere due uomini nello stesso tempo?
E qui scatta l’incapacità di cogliere le sfumature, di leggere bene e male come opposti che sempre sono compresenti. Il popolo vuole sapere se Orazio è un eroe o un assassino. Lo esige. Non accetta compromessi. I compromessi, come oggi sappiamo, sono i giochi di prestigio dei politici e dei giuristi, ma l’anima ingenua del popolo – nella sua pura ignoranza – non li può concepire.
Essere seduti su quelle seggiole vuol dire interrogarsi sui disegni di Maurizio Zanolli, che con sferzate di colore gioca a confondere il bene e il male. Vuol dire ascoltare le parole di Leonardo Franceschetti, che conferiscono forza e rendono più attuale che mai il messaggio espresso dal testo di Müller. Un testo mai censurato, sebbene scritto negli anni Settanta, in una Germania dell’Est che non conosceva, se non per intuito, il significato della parola «libertà». Vuol dire riflettere sulla presunta libertà che oggi ci illudiamo di vivere.

Sì, perché mentre si è seduti su quelle seggiole, coinvolti da una trama che inchioda e un impatto visivo che ti impedisce di distogliere anche per un solo istante l’attenzione, si avverte sorgere una domanda, a cui non si riesce a dare forma immediatamente.
Quella domanda ti si ripresenta forse dopo dieci minuti, un’ora dopo o nel giro di qualche giorno. E allora scopri che non era solo una domanda. Era un interrogarsi sul senso della vita in modo profondo, senza finzione, e proprio per questo ci ha messo tanto ad affiorare.
Oggi tutto spinge ad evitare il confronto con noi stessi. La filosofia ha smesso di essere un pungolo dell’animo nel momento in cui sono nati i quiz televisivi, che sostituiscono alla domanda di Müller – Orazio era un eroe o un assassino? – domande su chi ha vinto il Festival di San Remo nel ’79 o qual è il secondo nome di battesimo della Marini.
Se è questo, ormai, a fare la parte da leone rispetto ai dilemmi etici della vita, poi non stupiamoci, noi seduti su quelle seggiole, di sentire vacillare l’opinione pubblica nei processi di casa nostra.
In modo non dissimile dall’Orazio, lasciato in balia del giudizio popolare, la confusione regna sovrana.

È un assassino?
È un vincitore?
Ha fatto bene?
Ha sbagliato?
Risolvere i dilemmi etici, da che mondo è mondo, è ardua impresa. Non impossibile, a mio avviso.
Ci sono valori che, in qualche modo, sottendono il nostro modo di vivere e che si rendono riconoscibili come degni di essere salvaguardati, difesi, promossi, protetti.
Ma non sono valori assoluti.
I nostri valori dipendono dalle parole più di quanto ci sia dato sospettare.
Ripenso all’illuminante saggio di Aldo Giorgio Gargani, Wittgenstein. Musica, parola, gesto, dove balza agli occhi una frase palpitante di verità: «Noi siamo il nostro linguaggio».
Tutta la nostra vita, tutte le nostre conoscenze, perfino i nostri valori, sarebbero impossibili senza il linguaggio, il quale diventa ad un tempo il limite della conoscenza e il mezzo, il solo mezzo, per attuarla. In altri termini, noi indossiamo una «pelle linguistica» dalla quale è pressoché impossibile uscire.
E i nostri valori ne fanno parte.
Questa consapevolezza dovrebbe portare ad una riflessione matura, che ci renda capaci di comprendere il gioco a cui siamo stati iscritti, forse nostro malgrado, e cogliere le sottili differenze che separano l’aspetto ludico da quello sensibilmente umano.
Immedesimarsi nel sentire altrui, comprendere che gli altri non sono solo figure, comparse di un video-game, ma esseri umani che come noi hanno paure, dubbi, momenti di rabbia e sconforto, potrebbe essere la più piena risposta al dilemma presentato da Müller: chi sei tu? Chi sei, persona che ho davanti?
Nel caso dell’Orazio il dilemma assume tinte tragiche: costui è un eroe o un assassino? E la risposta viene cercata in convinzioni sterili, suffragate dal nulla.

Ma è possibile trovare l’etichetta giusta per catalogare una persona?
Orazio può essere condannato o assolto a seconda dei valori dell’epoca in cui vive. Nell’antica Roma poteva essere un eroe e un fratricida. E lasciare il dilemma. Oggi, vai a sapere… Ma Müller insinua un’altra soluzione, sottile e di fine sarcasmo: l’eroe muore laddove il suo senso etico vacilla.
Nel momento in cui Orazio uccide la sorella, ha varcato la soglia tra il bene e il male, ha deposto ogni pretesa di essere un eroe.
Ma, diciamola tutta, Müller aveva dipinto la mancanza di senso etico di Orazio già prima. Quando, di fronte al nemico sconfitto, si rifiuta di accogliere la sua richiesta di pietà. Non gli importa né dell’uomo che uccide, né della sorella. Roma vince su tutto, dentro il suo cuore.
Il problema etico e quello linguistico sembrano essere diversi. Ma lo sono solo se non si affrontano d’ensemble, cogliendo le implicazioni dell’uno con l’altro. È con un uso volutamente distorto delle parole che ci viene fatto credere che il mondo sia in un certo modo, sempre se non siamo abbastanza scaltri da non cascarci.

Orazio è poco scaltro. Pensa con la spada, non con la mente. Ricorda uno dei nostri ragazzini, venuti su a battaglie combattute nelle play-station o nelle x-box, dove realtà e finzione si mescolano senza lasciare il respiro di una riflessione. E per questo il suo destino è scontato: verrà giudicato e ucciso due volte, sia da coloro che lo sostengono, sia da coloro che lo denigrano.
L’appello del padre, in lacrime, che vorrebbe prendere il suo posto, non servirà a nulla.
Come è giusto che sia.
Laddove l’etica è solo una parola spezzata, che ha perduto il suo significato, non si può pretendere che venga compresa.
E così nell’Orazio le parole, il solo grande tesoro di cui dovremmo tenere conto, vengono infangate, rese ambigue, spezzate, irrise, ed infine salvate.

Perché le parole devono rimanere pure.
Perché una spada può essere spezzata e anche un uomo può essere spezzato, ma le parole non possono essere spezzate nell’ingranaggio del mondo, essendo loro che rendono le cose conoscibili o inconoscibili.
Per noi uomini, l’inconoscibilità delle cose è mortale.

La nostra pelle linguistica è un limite, ma anche un immenso dono. Altrimenti come avrei potuto scrivere queste poche righe, nelle quali, spostandomi da un piano all’altro, tendo una mano a chi vuol capire?

Torno a sedermi sulla seggiola, chiedendomi se sia ancora possibile un’etica a misura d’uomo, un modo di affrontare la vita senza paraocchi e false distrazioni, con consapevolezza e rigore filosofico.
E rivedo Maurizio Zanolli e Leonardo Fanceschetti, che con amore e rabbia, raccontano il loro sentire lo stesso bisogno.
Con parole piene, capaci di trasmettere il vero, e pennellate incisive, che del vero si fanno tramite.