mercoledì 13 ottobre 2010

Com’era il signor Senzatempo da bambino?

Quella che segue potrebbe sembrare una fiaba, ma non lo è. No, no.
Al contrario, è una storia vera.
Anche un po’ triste, se vogliamo.
Ma non vale la pena anticipare altro.
Sappiate solo che fu proprio in seguito a queste vicende che Virgilio Senzatempo decise di specializzarsi in irrealtà.

La finestra dei sogni

C’era una volta un bambino che sognava ad occhi aperti.
Si chiamava Senzatempo e aveva un solo desiderio nel cuore: volare via da tutto, salire sopra le nubi e guardare il mondo come se fosse un puntino innocuo e lontano, come se fosse possibile stringerlo in una mano.
È bellissimo sognare, specie nei momenti più impensati, ma l’ideale è senza dubbio farlo sui banchi di scuola, mentre la maestra parla e parla per ore e ore. Quanta noia, a volte!
Il bambino per un po’ ascoltava, ma poi ecco un cavaliere con lancia e armatura muoversi con sguardo fiero verso l’antro di un drago. Quante fiamme uscivano dalla sua enorme bocca! Tuttavia l’impavido paladino non si faceva intimorire e incedeva con sguardo spavaldo verso la spaventosa bestia, deciso a domarla. Già le era giunto dinanzi e aveva impugnato la spada...
“Senzatempo!” lo risvegliò la maestra. “Potresti, per favore, scendere dal banco e smetterla di agitare il righello nell’aria?”
Il piccino scese subito, mentre tutti i compagni sghignazzavano.
“È proprio matto, non c’è che dire!” commentò Saputello, il secchione della classe. “Guarda un po’ che figura!”
“Secondo me, invece, è coraggioso” protestò sottovoce Mediocre. “Almeno lui fa quel che pensa!”
“Silenzio! Tutti a pagina cinquantasei del libro di grammatica” disse la maestra, interrompendo la conversazione dei due compagni di banco. “Adesso vi spiegherò il superlativo assoluto.”
Che incredibile suono le parole superlativo assoluto. Sembravano rievocare mitiche gesta di eroi... Ed ecco Ulisse, incatenato all’albero maestro e senza tappi nelle orecchie, mentre ascoltava il canto ammaliatore delle sirene. Poi una di quelle incantevoli creature si avvicinò alla nave, tentando di salire a bordo.
“Aiutami, Ulisse, voglio raggiungerti” sussurrò. “Saprò raccontarti fiabe bellissime, che neppure immagini! Storie meravigliose, che superano ogni tua fantasia...”
Ma ancora una volta la voce della maestra riportò Senzatempo nel crudo mondo della realtà. “Perché tieni le braccia dietro la schiena, come se fossero legate?” urlò al limite della sua umana pazienza, svegliandolo. “Hai copiato dalla lavagna la definizione di superlativo assoluto?”
Prima che Senzatempo riuscisse ad evitarlo, l’arcigna docente gli strappò di mano il quaderno e lesse a tutta la classe: “Definizione di superlativo assoluto: ciò che va oltre ogni immaginazione”.
I compagni scoppiarono a ridere e Senzatempo si sentì un idiota. Ma questa orribile sensazione durò poco. Come suonò la campanella, entrò in aula l’insegnante di matematica e cominciò a spiegare le frazioni. “La mamma prepara una torta e la divide in sette porzioni...” La maestra disegnò un cerchio sulla lavagna e lo suddivise in spicchi.
Ed ecco apparire un mondo fatto di particolari, di dettagli straordinari e incredibili fantasie. Tebe dalle sette porte di colpo le spalancò tutte e dietro ciascuna si celava un sogno diverso. Cammelli e tappeti volanti uscivano e rientravano, da magiche lampade sgusciavano geni, affascinanti odalische danzavano leggere, passando da una soglia all’altra.
“Che meraviglia!” pensò Senzatempo, quand’ecco apparire una bellissima fata, con gli occhi ricolmi di lacrime.
“Perché piangi?” le chiese il bambino. “Le fate dovrebbero essere felici.”
“Le mie lacrime sono per te, che patisci così tanto. Non c’è dolore più grande che soffrire per le sventure di una persona che ami.”
“Non devi compatirmi” rispose Senzatempo. Si portò dinanzi alla cattedra, vi salì sopra e declamò, infangando con le scarpe il registro: “Cambierò la mia vita, ci riuscirò! Io vivrò per sempre nel tempo del Sogno!”
La maestra lo strattonò giù in malo modo.
“Ma dico? Ti ha dato di volta il cervello? Questa volta hai superato ogni limite! Ma ci penserò io a farti passare la voglia di interrompere la lezione con le tue buffonate! Oggi, per te niente ricreazione. Resterai in aula, tutto solo, a riflettere!”
Come suonò la campanella, gli altri bambini uscirono di corsa, gridando allegramente.
“Sei ancora convinto che il tuo idolo sia coraggioso?” domandò polemicamente Saputello a Mediocre.
Il ragazzino non rispose. Triste ammetterlo, ma forse si era sbagliato...
Senzatempo si sedette al suo posto, chiedendosi come mai non ne combinasse una giusta. Udiva le festanti voci dei compagni, che correvano spensierati in giardino, e i suoi occhi si spostarono istintivamente a fissare la finestra. Com’era incantevole il volo degli uccelli, sembrava una danza! Oh, cosa avrebbe dato per essere uno di loro e volare nel cielo senza nessun limite, oltre ogni confine!
Senza pensarci troppo, Senzatempo si alzò, prese i colori a tempera e disegnò sulle finestre il volo degli uccelli. Ma, mentre dipingeva, si accorse delle farfalle, dei fiori e degli alberi e così cercò di ritrarre anche la loro meravigliosa leggerezza: quanti colori, che incredibile varietà di forme!
Alla fine la finestra era un immenso affresco di tinte, dove arcobaleni, laghetti, insetti e piante giocavano, cambiando luce sotto i raggi del sole.
“Senzatempo, Senzatempo...” sentì sussurrare il bambino.
Si voltò, con gli occhi bassi, rendendosi conto solo allora di cosa aveva combinato. Ecco, adesso la maestra lo avrebbe sgridato, i compagni si sarebbero presi gioco della sua goffaggine... Che sensazione insopportabile! Silenzio, invece. Nessuno fiatava. Cosa stava succedendo? Prese coraggio e guardò: la maestra, i compagni e perfino le mosche erano a bocca aperta, ad ammirare l’incredibile gioco di colori e luci del suo disegno sulla finestra.
A Senzatempo parve che quel momento non finisse mai.
“Mi dispiace...” disse, per scusarsi. “Posso cancellare...”
Nessuno gli rispose. Come se le sue parole fossero state un sussurro impercettibile.
Poi Mediocre, senza parlare, prese dal suo banco il pennello e cominciò a disegnare il mare su un’altra finestra. E dopo di lui tutti i bambini seguirono il suo esempio, dipingendo su vetri dell’aula i meravigliosi universi che vivevano nei loro cuori: maghi dalle lunghe barbe bianche, principesse sontuosamente abbigliate, bizzarri animali, alberi con occhi e braccia, stelle sorridenti... L’atmosfera fiabesca che si respirava nell’aula ebbe il potere di trasformare la maestra in un’incantevole fata dagli occhi colmi di dolcezza. Levò la sua bacchetta magica e tramutò tutte le pareti in grandi finestre. Era incredibile: non c’erano più confini, nessun ostacolo impediva più di ammirare il mondo là fuori, che ormai era unicamente fantasia e libertà.
Come videro questo prodigio i bambini iniziarono a cantare felici e, per giorni e giorni, continuarono a mescolare musica e tempere, riempiendo le finestre con i colori dei loro inesauribili sogni.


Il resto, almeno in parte, potete intuirlo.
Ciò che ancora non sapete è come sia riuscito il nostro Virgilio Senzatempo ad aprire un'agenzia che propone davvero viaggi nell'irrealtà!
Ma questo verrà spiegato in uno dei prossimi libri della serie.
Pazientate, pazientate...

martedì 12 ottobre 2010

"A casa del diavolo" - Racconto di Oliviero Canetti

È con piacere e orgoglio che pubblichiamo un racconto inviatoci dal nostro collaboratore, l'ottimo professore Oliviero Canetti, a cui vanno tutti i nostri più diabolici complimenti.


Ed eccoci qui, tutti insieme e zitti, a casa del diavolo.

Di giorno bisogna stare attenti, perché di giorno il diavolo è sveglio. Lo sentiamo girare per le stanze, con quel suo passo lento e cadenzato, l'incedere del diavolo. Lo sentiamo sgranocchiare in cucina il suo magro pasto, ossicini di bambini e patate al forno, la cena del diavolo. O in biblioteca, alla luce dei santelmi, stropicciare carte antiche e polverose, le pergamene del diavolo.

Non si può far rumore, in queste lunghe ore. È cattivo, il diavolo, sapete, e se ci piglia ci mette nel forno. E noi stiamo lì, rincantucciati tra le gambe dei mobili, sotto gli armadi e sotto i letti, a spiare, tutti insieme e zitti, i piedi del diavolo. Zoccoli caprini in vecchie pantofole di feltro, i piedi del diavolo, che van su e giù per le vaste stanze, sul marmo e sui tappeti, su e giù nel lento volgere del giorno. In silenzio, udiamo l'ansito ruvido del suo respiro, il respiro del diavolo, che sa un po' di zolfo.
Lento cala il tramonto sulla casa del diavolo, e non si può far nulla. Solo starcene tutti insieme e zitti, in timoroso e reverenziale silenzio. Ma ci riscuotono nell'imbrunire i suoi sbadigli, gli sbadigli del diavolo, prolungati e intenti. Allora ci diamo l'un l'altro di gomito. Ecco, ci siamo. E quando il diavolo va al letto e la notte scende sulla sua grande casa, è il nostro momento.
Ed eccoci venir fuori dai pertugi tra le gambe dei mobili, da sotto gli armadi e sotto i letti, ed eccoci camminare in fila indiana e quatti, lungo le pareti, per incontrarci infine, tutti insieme e zitti, nel salone del diavolo. Su una parete è appeso il ritratto del diavolo, incorniciato d'argento, e dal ritratto, il diavolo ti scruta accigliato. Sguardo di diavolo hanno gli occhi del diavolo. Ma per il resto c'è un silenzio tranquillo e profondo. Adesso il diavolo dorme e, quando il diavolo dorme, noi possiamo girare e giocare per la sua grande casa.
Tutti insieme e zitti, a casa del diavolo.
Ci guardiamo l'un l'altro e ci scambiamo risatine furtive. Questa è la casa del diavolo: ne conosciamo ogni angolo, ogni cantuccio, ogni nascondiglio. Sono solo poche stanze, poche vaste ombrose silenziose stanze. Quante ne bastano al diavolo, che è un tipo di poche pretese, ma noi le esploriamo ogni volta con un misto di timore e meraviglia.
Per prima cosa avanziamo lungo il corridoio e ci affacciamo cauti in camera, la camera del diavolo. La camera è buia e nel buio il diavolo dorme. Profondo è il sonno del diavolo e sogna sogni di diavolo. Un russare lento e profondo, il russare del diavolo. Finché si ode il diavolo russare vuol dire che il diavolo dorme. E finché il diavolo dorme noi siamo al sicuro.
Zitti zitti ce ne andiamo in cucina. Ed eccoci nella cucina del diavolo. In alto ci sono le credenze, le credenze del diavolo, ed è lì che il diavolo tiene la farina, la farina del diavolo, che va tutta in crusca. Il fuoco è acceso e sul fuoco la pentola bolle, la pentola del diavolo. La fissiamo da lontano, affacciati alla porta, timorosi di avvicinarci. Nera e maligna è la pentola del diavolo. Non c'è il coperchio e gorgoglia con minacciosa indolenza. Domani la rubiamo, diciamo ogni volta, ma poi ci manca il coraggio. C'è qualcosa di sinistro nella pentola del diavolo. Cuoce il pasto del diavolo.
E ora andiamo a vedere il gatto del diavolo. Ha il pelo rosso come la ruggine, il gatto del diavolo, e dorme acciambellato nel cesto. Zitti zitti facciamo per avvicinarci, ma il gatto del diavolo apre un occhio e tira fuori le unghiette. Non vuole coccole, lui, non vuole carezze: è il gatto del diavolo. Ci spia dal cesto con infida malevolenza. Noi ce ne andiamo e il gatto del diavolo richiude il suo occhio e si rimette a ronfare.

Per un po' non sappiamo cosa fare, poi decidiamo di andare a rovistare nell'armadio del diavolo. Pesante e di mogano è l'armadio del diavolo. Ne apriamo le ante con cautela, perché cigolano e scricchiolano. Abbiamo sempre paura che il diavolo si svegli e, se si sveglia, il diavolo ci acchiappa e ci mette nel forno. Ma il russare del diavolo riempie la casa e finché si ode il diavolo russare vuol dire che noi possiamo stare tranquilli.
Nell'armadio del diavolo ci sono i suoi vestiti: la camicia, i pantaloni, il gilet, il soprabito, le scarpe, le ghette, la bombetta, tutti i vestiti del diavolo. Li tiriamo giù dalle stampelle, li indossiamo e sfiliamo per il corridoio imitando le mosse e le smorfie del diavolo, ci guardiamo l'un l'altro e ridiamo strizzando le guance. È così buffo, il diavolo! Ma si sente elegante e raffinato, il diavolo, e cammina tutto impettito, con fare lugubre e diavolesco. Ecco questi sono i suoi vestiti, i vestiti del diavolo, e questo è il suo stile, lo stile del diavolo.
Nell'ultimo ripiano dell'armadio c'è una scatola di cartone. Dentro che cosa ci sarà? La scatola è in alto e per un po' rimaniamo lì sotto incerti, incerti se aprirla e spiare i segreti del diavolo, o lasciare al diavolo i suoi segreti. Presa la nostra decisione, andiamo a cercare una sedia. Infine prendiamo lo scranno del diavolo, lo scranno che si trova nel grande salone del diavolo, proprio sotto il ritratto del diavolo, il maestoso scranno su cui, nei lunghi pomeriggi invernali, il diavolo intreccia le sue oscure e profonde meditazioni, le meditazioni del diavolo, il pugno sotto il mento e i piedi allungati verso il camino. È di legno pesante, lo scranno del diavolo, con lo schienale imbottito e i piedi lavorati. Faticosamente lo trasportiamo sotto l'armadio e arrampicandoci sull'alta spalliera arriviamo finalmente alla scatola.

In un attimo la scatola è a terra e noi siamo tutti intorno, impazienti di aprirla, di vedere che cosa c'è dentro! Su cosa aspettiamo? La apriamo.
Vecchie fotografie tenute con grossi elastici, istantanee ingiallite e ritratti sfocati. Le fotografie del diavolo, i ricordi del diavolo, le nostalgie del diavolo. Ecco, questo è il diavolo con i colleghi in ufficio. E qui il diavolo durante la settimana bianca, con il passamontagna e gli sci in spalla. Questi sono i nonni del diavolo, questi sono i fratelli e questi saranno forse dei parenti lontani. E questo è il diavolo al primo giorno di scuola: rosso è il grembiulino del diavolo, rosso il fiocco del diavolo. E guardate qui, che buffo, questo è il diavolo quand'era un bebè. Sta bocconi sul cuscino, un sorrisetto sdentato, col culetto in aria e la codina dritta!

Ci fanno ridere, le fotografie del diavolo, e anche un po' ci inteneriscono. Le rimettiamo a posto. La prudenza non è mai troppa a casa del diavolo.

E poi andiamo in biblioteca. È antiquata e austera, la biblioteca del diavolo. Ragnatele e silenzio. Antichi e polverosi sono i libri del diavolo e raccontano cose di diavoli. Talvolta li tiriamo giù e li sfogliamo. Ci sono tante parole misteriose, nei libri del diavolo, pentacoli e formule magiche, e le pagine scricchiolano quando le voltiamo. Stiamo lì per ore e fingiamo di leggerli, i libri del diavolo, e mentre fingiamo di leggerli, imitiamo il diavolo che strabuzza gli occhi, vergando annotazioni sui bordi delle pagine, nella sua grafia minuta e angolosa. Una volta per scherzo glieli abbiamo scarabocchiati, poi il diavolo si è arrabbiato e si è messo a gridare con voce di diavolo, e ha detto che se ci prende ci mette nel forno.
In fondo alla biblioteca, su un supporto, sta un bellissimo violino. È il violino del diavolo. La luce scivola sulla cassa di legno in mille riflessi. È strana e misteriosa, la musica del diavolo, e quando il diavolo suona e l'archetto corre sulle corde, tutta la casa si riempie di note trillanti, gli scheletri ballano e noi facciamo capolino dai nascondigli e battiamo il tempo con le mani. Ci piace, la musica del diavolo. Il suo violino lo ammiriamo da lontano e non osiamo toccarlo. È sacro il violino del diavolo, perché suona la musica del diavolo.

Sul tavolino c'è una brocca di cristallo. I cioccolatini del diavolo. Sono al latte, al cacao, alla nocciola, alla vaniglia. Su, serviamoci! Saltiamo sul tavolino e diamo inizio alla scorpacciata. Ci sporchiamo di cioccolato e avidamente ci lecchiamo le dita, prima di pulirle sdegnosi sulla tovaglia in tela d'Olanda. Mentre scherziamo e ridiamo, e ridiamo e ci spintoniamo scherzando, qualcuno urta la brocca di cristallo, la brocca di cristallo del diavolo. La brocca rotola sul tavolino, rotola e rotola, e noi non riusciamo ad acchiapparla, non riusciamo ad acchiapparla e la brocca di cristallo rotola e rotola, e cade in terra. Uno schianto.
Ci blocchiamo.

Un istante.
Un solo... lunghissimo... istante.
Un ululato si accende attraverso le stanze.
...L'ululato del diavolo!
Noi ci guardiamo l'un l'altro e cominciamo a tremare.
Passi nel corridoio.
...I passi del diavolo!
La porta si spalanca.

È il diavolo!

Rosso è il pigiama del diavolo, rossa la vestaglia del diavolo, rosse le calze del diavolo.
Il diavolo si erge su di noi, spalanca le ali, le corna si rizzano sprizzando scintille.
— Adesso vi piglio e vi metto nel fornoooooo...

Cerca di agguantarci, il diavolo. Ma noi siamo più piccoli e più svelti. Scappiamo intorno al tavolo, imbocchiamo la porta e via per le stanze! Il diavolo ci insegue, furioso. Ci sparpagliamo nei corridoi, nei saloni e nelle camere. Il diavolo si protende cercando di agguantarci. Sono lunghe le braccia del diavolo, scheletriche le dita del diavolo, nere le unghie del diavolo. Noi gli sgusciamo tra le grinfie ed uno ad uno ci tuffiamo tra le gambe dei mobili, sotto gli armadi e sotto i letti. Allora il diavolo dà di piglio alla scopa e comincia a sbatterla tra le gambe dei mobili, sotto gli armadi e sotto i letti.

Tenta di stanarci, ma noi ci rincantucciamo più in fondo che possiamo. È casa nostra, qui sotto, qui sotto siamo al sicuro. Tra le gambe dei mobili, sotto gli armadi e sotto i letti. Urla e minaccia, il diavolo, lancia maledizioni, il diavolo, ma non può farci nulla. E se ne va via furioso e scornato.
Noi rimaniamo rintanati, immobili e zitti, senza muoverci e senza fiatare. Cerchiamo persino di non respirare... Ma usciremo di nuovo. Forse domani sera, forse la sera dopo. Usciremo dai pertugi tra le gambe dei mobili, da sotto gli armadi e da sotto i letti, e quindi ricominceremo a girare e giocare per questa grande casa, per la casa del diavolo.
La prossima volta, ci diciamo dandoci di gomito, gli tireremo un bello scherzetto, al diavolo. Gli ruberemo la pentola.

Sì, la pentola del diavolo!
Oliviero Canetti

venerdì 8 ottobre 2010

Progetto Senzatempo. Un nuovo approccio alla lettura, alla scrittura e al ragionare, secondo logica e giudizio critico

Come annunciato poco tempo fa, è uscito il secondo volume della serie Senzatempo, dedicato ai lettori più giovani e a chiunque sia desideroso di approfondire il mondo inventato da James Matthew Barrie.
Sì, perché i libri della serie parallela a quella mitologica costituiscono dei veri e propri viaggi dentro i più grandi classici per l’infanzia.
Ora, voi direte: perché scrivere un libro che parla di un altro libro? Nel caso, non era meglio utilizzare la formula del saggio, anziché del romanzo?
La risposta è abbastanza banale: i saggi, molto spesso, non sono apprezzati dai bambini delle elementari e delle scuole medie che, specie in quest’epoca, prediligono trascorrere il loro tempo dinanzi alla tv o all’x-box, piuttosto che a leggere.
Pertanto, abbiamo pensato di attirarli con un approccio divertente, ma non per questo povero di contenuti. Nelle indagini irreali della Senzatempo, i giovani lettori vengono trasportati nell’epoca in cui i romanzi sono stati scritti. In Alla scoperta del Paese delle Meraviglie conoscono di persona Lewis Carrol, scoprendo dettagli sulla sua personalità e sulla sua vita (la balbuzie, la passione per la fotografia, la predisposizione per la logica e la matematica, il suo amore per il mondo dell’infanzia). In Alla scoperta dell’Isola-che-non-c’è incontrano James Matthew Barrie, accanito fumatore di pipa, e i bambini a cui si è ispirato per scrivere Peter Pan. In entrambi i casi, c’è un mistero da risolvere: nel primo, Alice Liddell, la bambina a cui Carroll aveva dedicato il suo capolavoro, è scomparsa e spetterà a Virgilio Senzatempo ritrovarla. Nel secondo, Wendy si ribella alla trama e, ancora una volta, saranno i protagonisti della Senzatempo a sbrogliare la matassa.
Nel corso di entrambi i viaggi, Alice nel Paese delle Meraviglie e Peter Pan vengono esplorati dall’interno, interagendo con i personaggi creati dai due scrittori inglesi e scoprendo le molteplici sfaccettature delle trame.
Si tratta di libri appassionanti, di semplice lettura, indicati particolarmente per i ragazzini delle scuole medie.


Ma non è finita qui!

I libri, infatti, si prestano anche ad interessanti attività didattiche, volte ad incentivare la lettura critica e la scrittura creativa. A tale scopo, abbiamo predisposto una guida insegnanti e delle schede per gli alunni atte a svolgere il lavoro in classe, come attività laboratoriale integrativa alle materie insegnate.
Va evidenziato che ogni volume presenta non solo più tematiche, ma anche diverse chiavi di lettura, divenendo così fruibile sia ad un livello elementare, sia nell’ottica di approfondimenti interdisciplinari.
I docenti interessati possono richiedere in visione il progetto Senzatempo, direttamente su questo blog, lasciando una mail dove inviarlo.

E, naturalmente, saremo felici di rispondere ad ogni domanda!

martedì 5 ottobre 2010

L'Irlanda celtica in "premio" al quiz fantasy di Celtic World

Proprio così! Il volume Agenzia Senzatempo - Viaggio irreale nell'irlanda celtica verrà assegnato in premio ai tre abili solutori del quiz che si terrà nei prossimi giorni sul sito di Celtic World. http://www.celticworld.it/
Una ghiotta occasione per dare sfoggio di cultura e assicurarvi un libro che potrete regalare a un amico o a un parente in occasione del compleanno, di Natale o di Halloween (l'antico capodanno celtico). Se, poi - ma non ci crediamo - voi stessi ancora non lo avete letto... ecco il momento giusto per immergervi nel romanzo fantasy che ha rivoluzionato la fantasy, senza troppo sforzo e senza mettere mano al portafogli.
La partecipazione al quiz richiede unicamente l'iscrizione al sito di Celtic World, cosa semplicissima anche per i dinosauri del web.
Sì, lo so, qualcuno di voi alzerà gli occhi al cielo. "Non bastavano le lotterie, i quiz televisivi, i gratta e vinci, i gratta e parcheggia a demolire l'amore per la cultura ed il sapere?"
Condivido il parere di voi polemici, ma prendetela con spirito. Se non altro, per una volta, in palio non ci sono soldi, ma proprio... cultura! Magari potrebbe essere il "la" per cambiare il modo di intendere il quiz, che, nella sua intrinseca natura, è tutt'altro che stupido o avvilente. Non dimentichiamo che il gioco, nell'antichità, era una questione molto seria, spesso interrelata ai culti. Quindi, rimuovete dall'inconscio "Chi vuol essere milionario?" e mettete alla prova le vostre conoscenze del mondo celtico!
E, nel caso riusciste a vincere, non dimenticatevi di contattarci sul blog per esprimere un parere sul libro!!!

sabato 18 settembre 2010

Peter Pan sta volando tra i caratteri di stampa


A giorni è prevista l'uscita del nuovo libro della serie "Agenzia Senzatempo" , dove il mitico Virgilio conduce i lettori in rocambolesche avventure nella letteratura per ragazzi.

Protagonisti, oltre i soliti amici, quali il ragioniere Rompini, Sofia, suo fratello Nicola e la terribile maestra Bocciasomari, saranno James Matthew Barrie, autore di "Peter Pan" e i personaggi che popolano il suo mondo, come Capitan Uncino, i bimbi smarriti e il serafico coccodrillo.

Che succederà in questa nuova indagine della Senzatempo?
E perché proprio Peter Pan?

Se non lo troverete troppo banale, perché Peter Pan è il simbolo di una ribellione al già scritto, al già visto, alla quotidianità. Il suo è un irrompere negli schemi prestabiliti, anche se in modo inconsapevole... Ma è proprio in questo che sta il suo imperituro fascino e la sua... ambiguità.

Il bambino che non voleva crescere, che non è mai cresciuto, ce lo portiamo tutti nel cuore.
Ok, non tutti, molti se lo sono dimenticato.
Il nostro libro ha come target chi non se lo è dimenticato.
E, con questo, ho detto tutto.

La trama

Il signor Virgilio Senzatempo, storico dell’irrealtà, riceve una curiosa lettera, simile a un foglio di pergamena strappato da un libro antico.



Virgilio ha ragione di credere che l’autrice della missiva sia Wendy Darling, l’eroina del celebre romanzo di James Matthew Barrie, come spiega ai suoi accompagnatori.

Virgilio sedette su una poltrona. “L’importante è che siamo partiti. Ormai nessuno può impedirci di raggiungere il signor Barrie, a Londra.”
Sofia sgranò gli occhi. “James Matthew Barrie? L’autore di Peter Pan? Allora è stato lui a contattarla!”
“A dire il vero no.” Lo storico dell’irrealtà si strofinò il mento. “Che dirvi? Si tratta di una questione alquanto bizzarra.”
“E si capisce, poffarbacco!” La Bocciasomari sbuffò. “Avanti, sentiamo cos’altro ha escogitato la sua mente perversa!”
Virgilio trasse di tasca un foglio di pergamena. “Ecco, non so neppure se possiamo considerarla una lettera…”
“Dia a me, capo!” Rompini, lente di ingrandimento in mano, prese il foglio e lo rigirò più volte, esaminandolo con cura. “È stato strappato da un quaderno.”
Nicola scoppiò a ridere. “Ottima deduzione, ragioniere. Ma cosa c’è scritto?”
“La grafia sembra femminile. Noi maschi, si sa, scriviamo in modo incomprensibile, specie i dottori.” Rompini si sistemò il berretto scozzese e sentì su di sé lo sguardo insofferente della Bocciasomari. “Vediamo un po’…” Il ragioniere lesse lentamente, fino a giungere alle ultime righe. “Senza un intervento esterno, lo so – sottolineato due volte – né io né i miei fratelli potremmo mai fare ritorno a casa.”
Sofia batté le palpebre. “Sembrerebbe che sia stata Wendy Darling, la protagonista femminile di Peter Pan, a scrivere questa pagina. Ma perché lo avrebbe fatto?”

Già, perché?

Virgilio Senzatempo, deciso a risolvere il mistero, parte per la Londra edoardiana, accompagnato dal suo eterogeneo seguito. Lì vengono ospitati da Barrie e dalla sua amabile consorte, dopodiché raggiungono l’Isola-che-non-c’è, dove incontrano i protagonisti del romanzo e scoprono retroscena e nuovi aspetti dell’universo creato dallo scrittore inglese.

Il romanzo, pur fedele al capolavoro di Barrie, costituisce una vicenda nuova, volta a esplicitare lo spirito che sottende Peter Pan, i riferimenti autobiografici e il significato delle molteplici metafore disseminate nei capitoli del libro.

Cosa rappresenta il bacio posto all’angolo della bocca della signora Darling? E il Coccodrillo tanto temuto da Capitan Uncino?

E, soprattutto, chi era Peter Pan? Il bambino che non voleva crescere, sconcerta per la sua incapacità di provare sentimenti e ricordare il passato. Al contrario, Wendy dimostra non solo di essere capace di amare, ma anche di aver compreso che crescere è una bellissima avventura, e che, nella vita, fantasia e realtà sono due aspetti che necessitano l’uno dell’altro per sussistere.

lunedì 23 agosto 2010

Nonsolospade al festival celtico di Nubilaria




Grazie all'amico Carlo Recalcati (in arte "Kal"), fondatore dell'Associazione Culturale Bibrax, per la divulgazione e la diffusione della cultura celtica, Dario ed io presenzieremo al Nubilaria Celtic Festival 2010, lo straordinario raduno celtico di Novellara (dalle parti di Modena e Reggio Emila, ma lo si trova facilmente: basta vedere dove si fa più casino nella zona). Il ricco e variegato programma lo trovate qui.

Il nostro appuntamento è previsto per le 17.00 di sabato 4 settembre. Il titolo è: "L'epica gallica e il ciclo arturiano", e non abbiamo idea di cosa diremo. Improvviseremo, come sempre. Ma i temi portanti saranno - va da sé - i primi due libri scritti per la serie mitologica dell'Agenzia Senzatempo. Viaggio irreale nell'Irlanda celtica e Viaggio irreale nella Britannia di Merlino e Artù.
Ora, suppongo che tutti e voi nostri 16 lettori abbiate di meglio da fare che venire a Novellara, nella sconfinata ed insidiosa Emilia, per ascoltare cose che già avete trovato nei nostri libri. Sempreché li abbiate letti (cosa non facile vista la distribuzione non proprio capillare...). Magari, però, stante che noi non siamo i migliori promotori di noi stessi, potreste darci una mano divulgando la notizia.
O no?
Cerco di convincervi con un escamotage (da poco, come capirete).

Ecco un'anteprima tratta dal libro: Agenzia Senzatempo - Viaggio irreale nella Britannia di Merlino e Artù.

La nascita di Arthur

Alla morte di Emrys Wledig, suo fratello Uthyr salì al trono e subito fece chiamare Myrddin affinché gli rivelasse il futuro.
“Ricordi la cometa che apparve in cielo alla morte di tuo fratello?” esordì l’incantatore. “Eri tu, invero, il drago di fuoco che l’astro ci ha mostrato e, proprio in virtù di quel prodigio, sei divenuto re di Prydein. Il raggio che usciva dalla sua bocca preannunciava che avrai un figlio potentissimo, il cui dominio si estenderà su tutto il continente.”
Pensieroso e turbato, Uthyr ordinò che venissero forgiati due draghi d’oro simili a quello mostrato dalla stella. Uno lo destinò alla cattedrale di Caer Wynt, l’altro lo tenne per sé, affinché lo accompagnasse in battaglia. Per questo motivo, da quel giorno egli venne chiamato Uthyr Penndragwn, il Capo dei Draghi.
Ma era destino che la pace tanto faticosamente conquistata non dovesse durare a lungo. Il figlio di Hengist, Octa, che re Emrys Wledig aveva magnanimamente risparmiato anni prima, tornò ad insidiare Prydein. I Sassoni si sollevarono nelle province settentrionali dell’isola e occuparono tutte le roccaforti da Alba a Caer Efrawg. Nemmeno l’intervento di Uthyr riuscì a placare la loro furia, e i Britanni furono costretti ad indietreggiare fino alle dirupate pendici del Mynydd Daned, ove si asserragliarono.
Durante la notte, il re domandò ai suoi uomini quale fosse, a loro parere, il modo migliore per sferrare un attacco ai nemici. Gwrleis ap Sardawg, wledig del Cornyw, prese la parola. “I pagani sono più numerosi di noi. Se aspettassimo l’alba, andremmo di certo incontro a una sconfitta. Mentre, se approfitteremo del buio, li coglieremo di sorpresa e avremo maggiori probabilità di riuscire a sopraffarli.”
Il saggio parere di Gwrleis venne ben accolto e, armati di tutto punto, Uthyr e i suoi guerrieri si mossero verso l’accampamento di Octa. Piombarono compatti in mezzo alle schiere nemiche, con le spade sguainate. Presi alla sprovvista, i Sassoni non riuscirono ad organizzare prontamente la difesa e vennero sbaragliati.
Dopo la vittoria, Uthyr si recò a Llundein e ordinò che i prigionieri, tra cui Octa, fossero rinchiusi nelle prigioni della città.
Poiché la Pasqua era imminente, il re dispose che venisse organizzata una cerimonia solenne, a cui invitò tutti i nobili britanni. Tra gli ospiti erano presenti anche Gwrleis e sua moglie Eigyr, figlia di Amlawdd Wledig, una delle dame più belle di Ynys Prydein.
Come Uthyr la vide, se ne innamorò e, da quel momento, non ebbe attenzioni che per lei. Si premurava che non le mancassero vassoi colmi delle migliori pietanze e coppe d’oro piene di vino. Ma soprattutto le sorrideva, la dardeggiava con lo sguardo e scherzava con lei, incurante degli altri ospiti e di suo marito.
Gwrleis fu talmente infastidito dall’esplicito corteggiamento che il re faceva alla sua sposa, che si alzò da tavola e abbandonò platealmente la sala, senza salutare il sovrano.
Sconcertato, Uthyr mandò dodici uomini a richiamarlo. “Esigo che Gwrleis torni indietro a scusarsi. Se non obbedirà, lo priverò delle sue terre e del suo rango.”
Ma Gwrleis non volle saperne. “No! Ho subito io l’oltraggio più grave! Per Dio che ha creato la luce, non tornerò indietro, né chiederò perdono. Dite a re Uthyr che, se vuole parlarmi, mi troverà nella mia fortezza di Dinblod. Venga, e io gli darò l’accoglienza che merita!”
Irritato da questa riposta, Uthyr radunò l’esercito ed entrò in Cornyw.
Non disponendo di mezzi adeguati a contrastare l’attacco, Gwrleis si appellò a chiunque volesse aiutarlo a difendere i suoi diritti contro il re. E, poiché reputava fosse troppo pericoloso per Eigyr rimanere al suo fianco, la mise al sicuro nella fortezza di Tintagel, con un gran numero di guerrieri a difenderla. La donna restò sola tra quelle possenti mura, in pena per il marito e triste per i molti uomini che avrebbero trovato la morte a causa di quella sciocca contesa.
Gwrleis si ritirò a Dinblod, dove venne presto raggiunto dalle truppe di Uthyr. Per sette giorni il re assediò la fortezza, ma senza successo. Non faceva che pensare a Eigyr.
Chiamò il suo amico Ulffin, signore di Caer Sallawg, e così si confidò: “Aiutami, ti prego! La passione per Eigyr mi sta divorando a tal punto che, se non soddisferò il mio desiderio, morirò!”

“È davvero difficile consigliarti, sire. La fortezza di Tintagel, dove Gwrleis ha portato la sua sposa, si trova su una scogliera circondata dal mare e l’unico ingresso si apre su una stretta lingua di roccia. Se anche tu cercassi di espugnarla con tutte le truppe di Prydein, basterebbero tre uomini a difenderla.” Poi il volto di Ulffin si illuminò. “Tuttavia, potresti chiedere il parere di Myrddin, l’incantatore. Solo lui è in grado di aiutarti.”
Così venne convocato Myrddin. Egli già conosceva il motivo per cui Uthyr pretendeva il suo aiuto e, dentro di sé, disapprovava che avesse mandato a morire tanti uomini per soddisfare la propria lussuria.
Ma al tempo stesso, poiché i mille fili del destino non gli erano ignoti, sapeva che era necessario proseguire fino in fondo…
“Eigyr è la più fedele delle donne, e se anche tu conquistassi Tintagel, non avresti mai il suo amore” rispose l’incantatore, dopo aver ascoltato la richiesta del re. “Tuttavia potrei aiutarti ad avvicinarla con uno stratagemma. Opererò un incantesimo, in modo che tu assuma l’aspetto di Gwrleis. Poi renderò Ulffin identico al suo paggio Medaf, mentre io mi trasformerò in Brythael, suo siniscalco. Così camuffati, non avremo problemi ad entrare nella fortezza e tu potrai incontrare Eigyr. Tuttavia…”
“Sì?” domandò Uthyr.
“Mi accorderai qualunque cosa io ti chiederò, dopo che avrai soddisfatto il tuo desiderio” aggiunse Myrddin.
Il re non badò a tale richiesta, tutto preso dal pensiero che si sarebbe presto intrattenuto con Eigyr. E a sera, non appena si levò la nebbia, si incontrò con Myrddin e Ulffin.
L’incantatore sollevò la sua verga e tutti e tre mutarono fisionomia.
Poco dopo i loro destrieri galoppavano lungo la frastagliata scogliera. Giunti alle porte di Tintagel, i guardiani riconobbero Gwrleis e non esitarono ad alzare la sbarra.
Uthyr non ci pensò due volte: smontò da cavallo e raggiunse le stanze di Eigyr.
“Come mai sei qui, marito mio?” domandò la donna, meravigliata.
“Ho abbandonato la battaglia perché desideravo trascorrere la notte con te, la più cara tra le donne” rispose Uthyr, con la voce di Gwrleis. E in questa risposta, almeno, era sincero.
Mentre il re dava sfogo alla propria passione, le sue truppe, lasciate ad assediare la roccaforte di Dinblod, ne abbatterono le mura e nello scontro il vero Gwrleis cadde ucciso.
Albeggiava quando i soldati cornici giunsero a Tintagel, recando a Eigyr la notizia che il suo sposo era morto. Uthyr, che indugiava ancora tra le coltri in svaghi amorosi, si precipitò fuori dalla camera.
Figuratevi lo stupore dei soldati quando videro il loro signore, vivo e vegeto!
Una volta che costoro ebbero spiegato il motivo del loro sconcerto, Uthyr scoppiò a ridere. “Vi siete ingannati. Come vedete, non sono affatto morto! Mi rammarico, però, che la mia fortezza sia stata distrutta e i miei uomini uccisi. Ora c’è il rischio che il re di Prydein si diriga qui, pertanto credo sia più prudente andargli incontro e cercare di stringere un accordo con lui.”
Eigyr lasciò partire colui che credeva il suo sposo senza alcun sospetto. E quando, più tardi, i soldati condussero a Tintagel il corpo senza vita di Gwrleis, ella cadde in un pianto straziante.
Nel frattempo, Uthyr e i suoi compagni avevano cavalcato fino alle sponde di un ruscello. Myrddin lavò i loro volti, affinché riacquistassero le sembianze originali, quindi il re tornò al suo campo, dove i soldati lo informarono della morte di Gwrleis.
Ora che la passione era scemata, Uthyr si rese conto di non aver odiato il signore del Cornyw fino al punto da desiderarne la morte e, addolorato, si riunì con Ulffin e Myrddin per decidere il da farsi.
“Sire, poiché non puoi mutare il passato, dovrai offrire un risarcimento alla giovane vedova” disse Myrddin. “Prendila in moglie e abbi cura di lei. Ma non rivelarle mai cos’è accaduto questa notte.”
“Lo farò di buon grado” promise Uthyr.
“Ricorda inoltre che hai giurato di esaudire qualunque desiderio io ti avrei esposto” aggiunse l’incantatore.
“È vero” concesse il re.
“Ebbene, dovrai consegnarmi il bambino che è stato concepito questa notte.” Myrddin lo fissò, irremovibile. “E non dovrai rivelare a nessuno che si tratta di tuo figlio.”
Uthyr inspirò profondamente, colpito dalla richiesta. D’altronde aveva già un figlio, un giovane valoroso di nome Madawg, e la successione era assicurata. Che cosa gli importava di un bimbo di Eigyr, sul quale non avrebbe mai potuto dimostrare la paternità?
“E ora addio, sire” concluse Myrddin. “Non mi vedrai più prima che nasca tuo figlio.”

Priva di protezione dopo la morte del marito, Eigyr accettò di sposare Uthyr Penndragwn. Il matrimonio venne celebrato con un banchetto, e il re si riconciliò con i congiunti e gli alleati di Gwrleis. Poiché Uthyr non le rivelò mai quanto era avvenuto, la povera Eigyr si tormentava domandandosi chi fosse l’uomo che, con le sembianze del suo sposo, le aveva fatto visita in quella notte fatale. Ella, infatti, aveva scoperto di essere incinta ma era incapace di dire chi fosse il padre del nascituro, e la cosa la riempiva di vergogna.
“C’è solo una soluzione” disse Uthyr, conscio della terribile promessa fatto a Myrddin. “Partorirai in segreto, e il piccolo verrà cresciuto lontano da qui.”
Quando si compirono i giorni, Eigyr diede alla luce un maschio. Ligio alle istruzioni di Myrddin, Uthyr prese il neonato, lo avvolse in un panno e lo consegnò alla levatrice. “Va’ alle porte della fortezza, e affida questo bambino all’uomo che troverai ad aspettare.”
Senza comprendere la ragione di quell’ordine, la donna uscì dalla fortezza e vide nella penombra un vecchio mendicante. Senza una parola, l’uomo si impossessò del fagottello e scomparve nella nebbia.

E, se non basta a convincere gli appassionati, vorrà dire che ci dedicheremo alle barzellette.
Detto tra noi, ci stiamo già dedicando alle barzellette.
Ma questa è un'altra storia, della quale è meglio non sapere...

martedì 3 agosto 2010

Viaggio irreale nella Scandinavia vichinga - Incontro con la völva

Il terzo libro della serie Agenzia Senzatempo, Viaggio irreale nella Scandinavia vichinga, uscirà presumibilmente entro ottobre/novembre, per i tipi della casa editrice QuiEdit. I nostri intrepidi - o, per meglio dire, fin troppo trepidi - viaggiatori, immersi nella cruenta e poetica Norvegia medievale, subiranno il giudizio di fatali indovine e faranno la conoscenza con Snorri Sturluson, prima di ascendere lungo il ponte arcobaleno, diretti all'Ásgarðr, la rocca degli dèi...
Ma intanto, sperando di alimentare le spasmodiche attese dei nostri sedici lettori, ecco qui una scena tratta dal secondo capitolo, in anteprima mondiale assoluta...


Dopo un po’, si ritrovarono in un piazzale gremito di gente. Ovunque chiacchiere, sguardi accesi, risate. Su alcune tavolate erano stati disposti pezzi di carne, pagnotte, formaggi, da cui tutti attingevano, incuranti dei nugoli di mosche che vi ronzavano sopra. Gli edifici di legno erano piuttosto grandi, con l’erba che cresceva sugli spioventi dei tetti. Si udiva l’abbaiare dei cani, lo starnazzare delle oche, il nitrire dei pony nei recinti.
Rompini si guardò intorno. “Deve essere una specie di Festa dell’Unità. Vedrete che a sera verrà un’orchestrina e si ballerà il liscio. Chissà dov’è il carrozzone della zingara.”
“Stai parlando della völva, immagino” osservò Luciano.
“Sì, la fattucchiera che legge la mano. Proviamo a chiedere a qualcuno.”
“Ragioniere, siamo qui per cercare un passaggio, non per dedicarci alla chiromanzia” gli ricordò Gustav.
“Ma se è una veggente, saprà dirci dove trovare un ferry-boat.” Rompini venne distratto da un allegro vociare. “Guardate! Birra gratis!”
Presso un calderone schiumante due biondissime fanciulle distribuivano corni colmi di birra a chiunque si facesse avanti.
“Evaristo!” lo richiamò Pazienza.
“Quante storie. Un sorso di Tuborg non si nega a nessuno!” E Rompini partì, calamitato, in direzione della mescita. “Heilar, fögo meyjar!” disse alle fanciulle. “Þat myndi vera drykkr öls fyrir mik?" [Salve, belle fanciulle! Ci sarebbe un sorso di birra per me?]
“En já, fitjungi! Hér þú fara horn!" [Ma sì, pancione! Ecco a te un corno!]
Le ragazze gli servirono un corno di uro, pieno fino all’orlo di birra schiumante, e due dolcissimi sorrisi.
Tutto pimpante, Rompini si spostò alla tavolata e agguantò un pezzo di pane, una cotoletta di maiale e una forma di cacio, tra lo stupore di un equipaggio vichingo. Gli dissero qualcosa, e il ragioniere, con il corno in una mano e le cibarie strette contro il petto, rispose a viva voce. I vichinghi dovettero trovar divertenti le sue parole, perché scoppiarono tutti a ridere.
“È incredibile come riesca ad essere subito simpatico!” esclamò Sofia.
“Già, ma non ci è di alcun aiuto” sospirò Gustav. “Non ci resta che trovare il proprietario di una nave e convincerlo a darci un passaggio.”
Luciano aveva l’aria preoccupata. “Le navi sono finanziate da società di mercanti e armatori, chiamati félagi. Dato che siamo a metà estate, la maggior parte delle imbarcazioni che si trovano ad Áróss sono di passaggio e sicuramente sono già state stivate con grossi carichi. Tuttavia, gli itinerari verranno discussi in questi giorni.”
“Non credevo fosse così complicato!” sbottò Latinis.
“Questa è gente pratica, professore, e difficilmente troveremo qualcuno disposto a salpare per la Svezia soltanto per farci un favore. Se siamo fortunati, ci vorranno dei giorni per lasciare il Danmörk…”
Latinis si trattenne a fatica. “Non mi importa di essere in perenne ritardo. Ma non voglio rimanere a lungo in questo posto puzzolente!”
“Il professore sta per perdere le staffe” sussurrò Gustav.
“Anche la moglie del ragioniere mi sembra indispettita.” Sofia parlava a bassa voce. “Guarda come lo sta osservando accigliata. Non gli perdonerà mai di averla portata in vacanza in un villaggio vichingo.”
I danesi erano alti e robusti, decisamente muscolosi, con facce arrossate dal sole. Temibili all’apparenza, avevano occhi chiari, trasparenti come quelli di un bambino. Gli uomini indossavano brache e camicioni, con bei mantelli gettati sulle possenti spalle. Portavano i capelli lunghi, la barba e i baffi ben sagomati. Le donne erano abbigliate con vesti colorate e fazzoletti sul capo. I bambini, sommariamente vestiti, correvano qua e là, tra oche e cani, divertendosi un mondo.
Rompini si avvicinò reggendo il corno in una mano e nell’altra una pagnotta imbottita. “Se vi affrettate, è rimasto ancora del maiale. La birra però non ve la consiglio. È annacquata, sgasata, con un fondo alto un dito. E poi dicono le cervoge danesi! Ma la sete è sete!”
“Evaristo! Stiamo cercando di uscire da una brutta situazione e tu non fai che ingozzarti!” lo rimproverò Pazienza.
“Oh, non preoccuparti, moglie! Finché c’è porchetta c’è speranza!”
“Io non ho alcuna voglia di rimanere in questo posto, vestita come una regina longobarda!”
“Ma se stai benissimo!” Rompini ingollò la pagnotta e diede fondo al corno. Si pulì la bocca passandovi davanti tutta l’estensione del braccio. “Che succede, lì? Forse c’è lo stand dei tappi…”
I presenti si affollavano davanti a un edificio poco più grande degli altri. Era difficile vedere cosa stesse accadendo, tanto la folla era compatta.
Luciano sollevò i sopraccigli. “Deve esserci la völva.”
“Dài, Pazienza, andiamo a vedere la zingara. Largo!”
Rompini s’insinuò a spallate tra la folla, aprendo un varco affinché gli altri potessero seguirlo. Ai piedi dell’edificio, assisa su uno sgabello, stava la veggente. Sedeva col busto rigido e il capo eretto, i capelli color cenere circondati da una fascia. Impugnava una verga sulla quale era impilato un cranio di cavallo, e indossava una lunga veste, grigia come i suoi occhi.
La folla la circondava in semicerchio. A tratti, qualcuno si faceva avanti e, dopo aver deposto un piccolo dono ai suoi piedi, la interrogava. La donna chinava il capo e attendeva lunghi istanti prima di rispondere, con voce roca. Chi si allontanava lieto e sereno, chi un po’ turbato, ma nessuno sembrava insoddisfatto. Un mercante si mise a ridere, felice, e se ne andò a lunghi passi. Un altro, più magro, scosse il capo, come se il giudizio non fosse stato di suo gradimento. Ma la maggior parte dei postulanti accettava il responso, qualunque esso fosse, rizzando le spalle con virile fatalismo.
“A dirla tutta, mi intimorisce un po’” sussurrò Sofia.
“Ragioniere, perché non le chiede se…” iniziò Gustav, e subito fece cadere la domanda, accorgendosi che la veggente li aveva notati.
La donna stava col capo ritto, voltato verso di loro. Il suo sguardo inquadrò Pazienza e Rompini, e si distese. Si posò sul professore, e si accigliò. Indugiò su Sofia, come se cercasse di mettere a fuoco un dettaglio indefinibile. Veleggiò quindi su Gustav, e qualcosa parve rasserenarla.
I viaggiatori affrontarono quell’esame rigidi e immobili.
“Chi siete voi, che non appartenete al mondo?” La veggente parlò con voce morbida. “Riconosco gli abiti, ma non i volti e gli sguardi.”
Sofia sussultò, stupita della naturalezza con cui la donna aveva spezzato la barriera linguistica.
“Noi siamo viaggiatori dell’irrealtà, signora.” Gustav fu il primo a ritrovare la parola, e il suo tono era colmo di rispetto.
“Voi dunque percorrete strade che il mondo non contiene.” Scrollò il capo. “Anch’io percorro i sentieri irreali.”
“Davvero?” si stupì Sofia. “Ma tu chi sei?”
“Ero una fanciulla, un tempo, e sedevo sulla porta della mia dimora” fu l’enigmatica risposta della völva. “Giunse a me un uomo e fissò il suo unico occhio nei miei. Ero giovane, e osai irriderlo. «So tutto di te, Oðinn! So dove nascondesti il tuo occhio, nella sorgente di Mímir!» Egli mi donò anelli e collane, e la verga della profezia.” Sollevò il suo bastone. “Divenni una völva, e il mio sguardo iniziò a spingersi lontano. Dal recinto degli uomini, si leva con ali d’aquila e vola ai confini del mondo, nel gelo dove dimorano i giganti. Scende alle radici del grande frassino, tra le nebbie della casa dei morti, e poi s’innalza oltre l’arcobaleno, al regno degli dèi. Dagli inizi, in cui la terra usciva dalla sua fucina di fuoco e di ghiaccio, si spinge al tramonto del tempo, quando il mondo arderà e gli dèi cadranno!”
“Il fato è dunque sotto la radice della tua lingua?” si fece avanti Luciano.
Qualcosa nello sguardo della donna si accese di luce allarmata. “È inutile che io ti riveli ciò che non capiresti.”
“Altro non potevo aspettarmi da una strega!”
“Allora non farmi domande e volgi il tuo malanimo altrove.”
La völva scivolò dallo sgabello e s’inginocchiò a terra. Trasse un sacchetto di pelle dalla cintura, vi infilò la mano e sparse sul panno bianco steso davanti a lei delle pietruzze levigate, piccoli ciottoli raccolti sul greto di un fiume, su cui erano incisi dei segni angolati, dipinti di nero o di rosso. Abbassò la mano e cominciò a mescolarli con movimenti sapienti delle dita.
Gustav si chinanò verso l’orecchio di Sofia. “Rune. L’alfabeto magico dei Germani. La völva sta eseguendo una divinazione.”
Latinis sbuffò. “Tacito accenna a queste pratiche e, per quanto mi riguarda, non sono affatto curioso di apprendere oltre…”
“Fa’ silenzio, uomo di Roma!” gridò la völva, sollevando di scatto il capo. “Non essere fiero del tuo sapere congelato, tu che procedi senza concessioni e ripensamenti!”
Tanta veemenza ebbe, incredibilmente, l’effetto di zittire il vecchio professore. La veggente tornò a fissare davanti a sé.
“Rune di fuoco e gelo danzano sulla punta delle mie dita, i Nove Mondi volano nel mio sguardo e le Nornir tessono i fili del fato.” La donna scelse una runa, poi una seconda, poi una terza, e le mise in fila davanti a sé.
“Reið, áss, dagr” compitò, sfiorando i tre simboli con l’unghia.
Raccolse una per una le tre pietruzze e, levatasi in piedi, lasciò scivolare il suo sguardo su Virgilio. “Reið, che sovrintende ai viaggi, siano spostamenti di uomini e merci attraverso le polverose strade della terra o cavalcate irreali compiute in spirito e sogni.” Gli pose la pietruzza sul palmo della mano e gli richiuse le dita. “Le strade dell’irrealtà si schiuderanno sempre davanti al tuo cocchio, o viaggiatore senza tempo.”
“Grazie.” Virgilio arrossì come uno scolaretto. “È un ottimo auspicio.”
La völva mostrò la seconda pietruzza.
“Áss, la runa divina… ironia o destino?” Agguantò la mano di Luciano e il giovane sussultò sentendola ardere nel suo palmo. “Il mondo è il tempo degli uomini e ogni essere ha il proprio destino ineluttabile. Per quanto atroce, la legge di Urðr s’impone anche agli dèi. Non si può sfuggire al fato, ma solo affrontarlo. A testa alta e senza rimpianti, virilmente e nobilmente.”
“In quanto a questo, vedremo!” scattò Luciano.
La völva si staccò da lui e sollevò la terza pietruzza. “Dalle fredde origini del mondo al rovente incendio che lo ridurrà in cenere. Ma dagr è anche l’alba che spazza via la notte, è il passaggio e la trasformazione. È il fuoco che distrugge e il fuoco che crea, due aspetti dello stesso elemento.” Il suo sguardo si addolcì, quando incontrò quello di Sofia. “Tu ed io, fanciulla, attingiamo alla stessa sorgente, abbiamo gli stessi occhi.”
Si scostò e Sofia batté le palpebre. Aprì la mano e vi trovò, nel palmo, la terza e ultima pietruzza.
“Non capisco perché veggenti, indovini e profeti debbano sempre parlare per enigmi” commentò acre Latinis.
“Allora tu sappi, uomo di Roma, e il mio non è certo un enigma, che io sarò la tua ombra!” esclamò la donna. “Mi rivedrai, al mio tumulo sepolcrale, quando il mondo sarà giunto alla fine e il fuoco arriverà fino al cielo!” Si coprì il volto, con un gesto violento. “E ora andate! Via!”